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Viterbo, stalking. Perseguitano e minacciano di morte l'uomo che li aveva aiutati e sfamati

Valeria Terranova
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“Fu disumano quello che mi fecero. Ricordo tutto perché per me fu come vivere un incubo”. Questo l’incipit della testimonianza resa da una trentenne, parte civile nel procedimento a carico di due imputati, accusati di stalking, violenza privata e violazione di domicilio in concorso che è entrato nel vivo ieri davanti al collegio del Tribunale di Viterbo, presieduto dal giudice Elisabetta Massini. La vicenda, ricapitolata dalla vittima, difesa dall’avvocato Domenico Cardellini, risale alla fine del 2020 e gennaio 2021.

 

 

“Mi capitava di aiutare uno dei due che spesso si trovava in difficoltà economiche– ha raccontato la trentenne-. Il pomeriggio del 30 dicembre di due anni fa accolsi i due imputati dando loro da mangiare e poi se ne andarono. A distanza di un paio d’ore sentì bussare alla porta in maniera violenta. Chiesi chi fosse e mi rispose uno dei due al quale dissi di andare via, visto il suo comportamento aggressivo. Dopo cena un altro amico che era venuto a trovarmi si attardò per il temporale che era in corso mentre io decisi di andare a letto. Intorno alle 22.30 i due irruppero nel mio appartamento buttando giù la porta e ci minacciarono con dei cacciaviti. Quando il mio amico chiese cosa volessero uno di loro rispose che erano venuti per fare quello che dovevano fare. Ricordo ancora le loro risate isteriche, si notava che erano alterati. E poi ci intimarono di stare buoni altrimenti ci avrebbero fatto la pelle”.

 

 

Da quel giorno, secondo quanto riferito dalla vittima, iniziò una escalation di atti persecutori nei suoi confronti che la portarono a presentare 3 denunce in un mese. “Me li ritrovavo ovunque: sotto casa, fuori dal posto di lavoro e mi minacciavano di morte – ha proseguito la giovane-. Non riuscì più a ritornare in casa mia perché da quell’episodio fui costretta a farmi ospitare da un vicino di casa e da altri amici, in quanto nei giorni seguenti i due imputati mi portarono via tutto: una tv, un portagioie in oggetto con dei preziosi. Ritrovai anche un proiettile in una busta e una siringa infetta in un altro involucro. Qualcuno di loro aveva persino urinato sul mio letto. Il padrone di casa per i danni decise di blindare l’appartamento aggiungendo un’inferriata all’entrata e persi l’opportunità di stare lì. Furono i due imputati a rivelarmi di aver rubato la mia roba e di averla in parte buttata e in parte rivenduta a Roma, cercando di convincermi a ritirare le querele che nel frattempo avevo sporto nei loro confronti”. A causa di tutto ciò la donna ha dichiarato di aver perso il lavoro per non essere stata più in grado psicologicamente di lavorare e di aver intrapreso un percorso terapeutico per superare i traumi. Tra un mese verrà ascoltato l’ultimo teste.