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Viterbo, carabiniere in aula: "Hassan schiaffeggiato da agente"

Valeria Terranova
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Emergono nuovi particolari al processo sulla morte del detenuto egiziano Hassan Sharaf, avvenuta il 30 luglio 2018, sette giorni dopo aver tentato il suicidio nella cella di isolamento del carcere di Mammagialla dove era recluso. Alla sbarra, con l’accusa di abuso di mezzi di correzione, aggravato dall’abuso di potere per un ceffone dato il 23 luglio, ci sono due agenti della penitenziaria, un 49enne campano e un 51enne viterbese. Ieri in aula ha deposto per l’accusa un maresciallo dell’Arma, che ha descritto il video depositato come prova a carico. “Dal video si vede che alle 14,03 del 23 luglio di quattro anni fa Sharaf sporge le braccia fuori dalla grata e con un oggetto non riconoscibile si causa dei tagli. Immediatamente dopo l’atto lesivo si scorgono i due imputati che si avvicinano. Uno di loro, che calzava dei guanti in lattice, dopo aver parlato con Sharaf attraverso l’inferriata chiusa, la apre e sulla soglia della cella si vede lo stesso imputato che indica il secchio di colore rosso riposto all’interno della cella. In quel momento Sharaf si avvicina un po’ e in quell’istante viene colpito dall’imputato con uno schiaffo e sbatte la testa al muro”.

Nel corso dell’udienza era prevista la proiezione del filmato tratto dalle telecamere di videosorveglianza del penitenziario viterbese, documento che immortala le ultime due ore di vita del 21enne egiziano, filmato dal suo ingresso nella cella d’isolamento fino a quando venne soccorso e trasportato su una barella dai sanitari del 118 conseguentemente al gesto estremo. Il cuore del giovane cessò di battere sette giorni dopo all’ospedale di Belcolle. La riproduzione del filmato è saltata su accordo delle parti essendo stato acquisito agli atti del procedimento che si sta svolgendo davanti al giudice Elisabetta Massini. Pertanto l’udienza si è concentrata sull’audizione del teste, citato dal pm Michele Adragna, che all’epoca dei fatti era in forza presso il nucleo operativo del comando provinciale dei carabinieri di Viterbo.

“Il nostro nucleo fu coinvolto tramite una delega di indagine dal pm precedente il primo agosto 2018. Da quando fu prelevato dalla cella in cui era detenuto al terzo piano fino a quando entrò nella camera di isolamento Sharaf si mosse autonomamente - ha spiegato l’ufficiale -. Nelle immagini lo si vede affacciarsi più volte dalle sbarre rivolto verso l’ingresso e allungare le braccia. Una volta isolato in cella palesava dell’agitazione perché voleva sigarette che aveva dimenticato in una busta all’entrata, secondo quanto fu riferito da testi e da quanto contenuto in relazioni di servizio. Non fu chiarito con che cosa si procurò tagli longitudinali e trasversali sull’avambraccio sinistro. La cella d’isolamento venne chiusa dal personale della penitenziaria che poi effettuò il sopralluogo. Il nucleo investigativo non eseguì alcuna ispezione. Probabilmente, ma questa è soltanto una presunzione investigativa, si può dedurre che si ferì con un frammento del secchio rosso, ma non fu sequestrato nulla”. Contestualmente agli accertamenti, all’interno di una delle celle che fu occupata dal ventenne egiziano fu rinvenuto un graffito, raffigurante un kalashnikov accompagnato da scritte in arabo. “Relativamente a tale scoperta non furono constatate evidenze rilevanti riguardo presunti collegamenti diretti o indiretti che il giovane avrebbe intrattenuto con gruppi terroristici islamici”, ha precisato il carabiniere. Il dibattimento a carico dei due imputati, entrambi difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati, riprenderà il 20 aprile con le deposizioni dei testimoni delle parti civili, assistite dagli avvocati Giacomo Barili e Michele Andreano.