Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Viterbo, evasione fiscale e ricettazione. Il boss Giuseppe Trovato di nuovo davanti ai giudici

Valeria Terranova
  • a
  • a
  • a

Il boss di Mafia Viterbese accusato anche di evasione fiscale. E’ ripreso lunedì davanti al collegio un altro processo che vede il 46enne lametino Giuseppe Trovato accusato questa volta di evasione fiscale e ricettazione di oggetti preziosi. Nel corso della seduta hanno deposto due donne, le quali avevano venduto degli oggetti preziosi in diversi compro oro di proprietà dell’imputato tra il 2010 e 2014. L’ex imprenditore calabrese, difeso dall’avvocato Giuseppe di Rienzo, del Foro di Vibo Valentia, ha presenziato alla seduta in videocollegamento dal carcere di Nuoro dov’è ristretto in regime di 41 bis. Oltre all’evasione fiscale, al boss vengono contestati i reati di ricettazione e falso nella gestione dei negozi compro oro in via della Palazzina, viale Francesco Baracca e via Igino Garbini, di cui era il rappresentante legale. In particolare, le due donne sentite in mattinata, alle quali sono stati mostrati dei fascicoli fotografici, hanno riconosciuto i monili messi in vendita ma non le proprie firme autografe. Si torna in aula il 22 novembre per altri 4 testimoni della pubblica accusa.

 

Intanto slitta allo stesso giorno l’udienza di ammissione prove del processo a carico di Giuseppe Trovato, Antonio Loria e Jenela Grancea per la rapina alla gioielleria Bracci. Stando alle ricostruzioni degli inquirenti che condussero le indagini, coordinate dal pubblico ministero Franco Pacifici, il ristoratore di origini campane e il boss di “Mafia viterbese” sarebbero stati rispettivamente il basista e il regista del colpo, poi nella pratica eseguito da due coppie di rapinatori navigati. La rapina a mano armata risale al 14 marzo del 2018, quando all’ora di pranzo Ignazio Salone e il cognato Stefan Grancea fecero irruzione nella gioielleria Bracci saccheggiando preziosi e contanti per un totale di circa 100 mila euro. Secondo gli investigatori, in quegli attimi concitati, il titolare della oreficeria cercò di difendersi, mentre Salone avrebbe bloccato un cliente immobilizzandolo con un nastro adesivo e avrebbe utilizzato una cliente per farsi scudo e poi lasciarla e scappare. Nel frattempo le compagne dei banditi, Elena e Jenela Grancea, si erano appostate all’esterno per fare da pali ai propri uomini.

 

Il quartetto si diede alla fuga a bordo di un’auto, ma nel giro di poche ore vennero rintracciati e arrestati. I due uomini e la complice, Elena Grancea, sono già stati condannati a vario titolo, e le sentenze hanno previsto pene tra i 4 e gli 11 anni e mezzo per rapina aggravata in concorso, mentre per l'altra donna, la 25enne Jenela Grancea, che all'epoca della rapina era anche in dolce attesa, le verifiche continuarono contestualmente su un altro binario.