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Viterbo, al pronto soccorso familiari per ore senza notizie dei propri cari

L'ospedale Belcolle, dove la donna era ricoverata prima di essere rimandata a casa

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Il pronto soccorso di Belcolle, per i familiari dei pazienti appare sempre più come il luogo delle anime perse. Di certo non mancano le cure, quello che invece difetta è la comunicazione. Risale a luglio la testimonianza del dottor Sandro Leonardi, medico di Montefiascone, al quale non era stato consentito l’accesso alla cartella clinica di una sua assistita, una donna di 94 anni trasferita al pronto soccorso in seguito a un malore accusato in una casa di cura per la riabilitazione. Il medico, impossibilitato ad entrare, aveva chiesto l’intervento della polizia. Ora a denunciare un caso simile è il dottor Edoardo Casali, che racconta un evento quasi fotocopia del precedente, l’accesso al pronto soccorso di una sua familiare, una donna di 92 anni invalida e disabile. Il fatto risale a mercoledì, alle ore 14. “Noi familiari - spiega il dottor Casali, farmacista - siamo andati via alle 22 senza aver avuto la benché minima notizia sul suo stato di salute o su cosa le sia stato fatto. Siamo tornati il giorno successivo (ovvero giovedì) alle 12, ma ancora nessuna notizia”. L’assurdo, però, arriva ora: “Ci viene detto che per avere notizie bisognava iscriversi ad una lista in base alla quale saremmo poi stati chiamati e informati. Tutto incredibile - commenta Casali -. Evidentemente la comunicazione ai familiari non è tra le priorità del pronto soccorso di Belcolle. E pensare che una buona comunicazione eviterebbe lo stazionamento dei numerosi familiari che si accalcano fuori del pronto soccorso, con minor fastidio per gli operatori e anche minor costo sociale. Ma si sa, in Italia, nonostante non ci sia più la monarchia, i cittadini sono considerati ancora sudditi. Non parliamo poi dei diritti del malato”.

 

 

Anche Casali, alla stregua di Leonardi, parla di “calca, di familiari in attesa per ore senza che nessuno li informi di cosa sta accadendo al paziente”. Accuse pesanti, specifiche, alle quali, però, la Asl replica punto su punto, a partire dalla figura professionale denominata facilitatore del percorso, creata appositamente per aiutare i pazienti e i loro familiari. Spiega la Asl: “Quando un paziente arriva al pronto soccorso scattano diverse procedure finalizzate alla cura. E’ chiaro che i familiari sono in ansia, ma spesso possono passare anche delle ore prima di avere un quadro completo e poter parlare con i familiari. La lista di cui il familiare, nello specifico, si lamenta, è semplicemente un modo per raccogliere i recapiti e i nominativi delle persone da poter contattare” semplicemente un modo per raccogliere i recapiti e i nominativi delle persone da poter contattare”.