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Viterbo, tempesta di fulmini illumina i cieli della Tuscia. “Evento molto raro dovuto al clima impazzito”

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Alessio De Parri
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Lampi e saette come non si erano mai visti. La tempesta di fulmini che nella notte tra il 18 e il 19 agosto ha illuminato il cielo è stato uno spettacolo di luci ammirato e temuto in ogni angolo della provincia. Tutti con il naso all’insù per un’ora abbondante ad osservare la sequenza ininterrotta di fulmini, a distanza di pochissimi secondi l’uno dall’altro, che ha preceduto pioggia torrenziale e grandine. Un fenomeno raro, assicurano gli esperti, figlio del cambiamento climatico che, come in questo caso, ha provocato nella Tuscia piogge tropicali tipiche di altre parti del mondo, come ad esempio Asia e Africa. “E’ un evento che fortunatamente, al contrario di quello che si può immaginare, non ha conseguenze pericolose per l’uomo - spiega Ennio La Malfa, studioso di climatologia e referente dell’Accademia Kronos -, in quanto i fulmini non scaricano a terra, ma senza dubbio deve far riflettere sull’andamento del clima, dovuto principalmente al surriscaldamento della terra”.

 

 

Ma cosa è accaduto venerdì notte?

“C’è stato un forte carico di energia elettrica, sprigionato dal mare e dalla superficie terrestre verso l’atmosfera - interviene Dario Papale, professore associato di Ecologia forestale presso il Dibaf (Dipartimento per l’innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali) dell’Università della Tuscia - che dopo il caldo torrido delle ultime settimane si è scontrato con l’ondata di aria fredda proveniente dal Nord Europa. L’energia si è così scaricata in modo violento nel cielo. Un evento anormale, estremo, che rientra principalmente tra i fenomeni tipici di un clima tropicale, dovuti in questo caso al surriscaldamento della terra ad opera dell’uomo”.
Quello della tempesta di fulmini è un fenomeno che può essere limitato e in che modo?
“Innanzitutto andrebbero diminuite le emissioni da combustibili fossili, in modo tale da ridurre il quantitativo di anidride carbonica nell’aria, il che andrebbe sicuramente a migliorare il nostro ecosistema. Questo, però, non avviene, e così eventi di questo tipo sono sempre più frequenti anche in aree come la Tuscia. Anche l’agricoltura, spiega ancora Papale, uno dei settori primari della provincia, può dare il suo contributo in tal senso: “Esistono metodi di coltivazione che riducono le emissioni di combustibili fossili - prosegue Papale -, come, ad esempio, negli allevamenti. Solo così si può riuscire a limitare le emissioni che vanno poi a condizionare il clima”.

 

 

Una battaglia, questa, che sta portando avanti proprio Ennio La Malfa, dell’Accademia Kronos, decisamente preoccupato per il riproporsi di fenomeni come quello che venerdì notte ha investito la provincia. “Le tempeste di fulmini - spiega -, sono caratteristici di climi tropicali, così come la lunga siccità che ha caratterizzato gli ultimi mesi. La tanto tenuta catastrofe climatica, predetta da tempo da scienziati e climatologi, è iniziata. Fenomeni meteo-climatici così estremi nei prossimi anni non saranno più rari eventi episodici, ma diventeranno normale routine”. Così enti e associazioni ambientaliste si sono mobilitate da tempo per studiare un piano di adattamento ai cambiamenti climatici trovando anche la collaborazione dell’Università della Tuscia e de La Sapienza di Roma. “La situazione è drammatica - conclude Ennio La Malfa -, ma è necessario guardare al futuro delle nostre generazioni e fare di tutto per superare le criticità climatiche”.