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Comune Viterbo, ex dirigente Scapigliati condannato a pagare 50 mila euro

Massimiliano Conti
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Ammonta a circa 50 mila euro la somma che l’ex dirigente del Comune Massimo Scapigliati dovrà versare al Comune a titolo di risarcimento per i danni arrecati all’ente con la sua condotta nell’ambito dell’inchiesta per corruzione e concussione che nel settembre del 2009 lo vide finire in manette. Lo ha stabilito il tribunale di Viterbo con la sentenza 329/2022, che l’ex responsabile del servizio cave e torbiere ha però impugnato l’8 luglio scorso.

Il giudice ha accolto parzialmente la richiesta del legale di Palazzo dei Priori, l’avvocato Rosita Ponticiello, e ha condannato Scapigliati a rifondere l’ente per una somma pari a 46.156 euro, a cui vanno sommati gli interessi. Il 4 agosto scorso la giunta ha autorizzato la sindaca Frontini a resistere al giudizio di appello e ha affidato l’incarico di tutelare il Comune allo stesso avvocato Ponticiello (6.384 euro la parcella riconosciuta comprensiva degli oneri di legge). Era il settembre 2009 quando l’allora dirigente comunale venne arrestato dagli uomini della Forestale insieme agli imprenditori di Celleno Domenico e Dario Chiavarino, padre e figlio, con le accuse rispettivamente di concussione e corruzione. Le mazzette avrebbero riguardato, tra le altre cose, le autorizzazioni a realizzare una discarica in una zona protetta. Le dazioni di denaro furono filmate dagli investigatori con microcamere e microfoni installati nell’ufficio di Scapigliati in via Garbini.

L’inchiesta fece enorme scalpore, sia per i reati contestati che per la notorietà dei personaggi coinvolti. Al di là della vicenda penale, Scapigliati, per la cronaca, era già stato condannato lo scorso anno a rifondere l’erario. Il 25 maggio 2021 la Cassazione aveva infatti respinto il ricorso presentato dall’ex dirigente davanti alla commissione tributaria regionale contro gli accertamenti nei suoi confronti compiuti dall’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima, relativamente agli anni 2006 - 2007, precedenti quindi l’esplosione dell’inchiesta e gli arresti, aveva contestato a Scapigliati maggiori redditi ai fini Irpef. L’allora responsabile del settore cave e torbiere si era difeso sostenendo che quelle somme presenti sul suo conto corrente derivavano da vincite al casinò di Venezia. Nonostante le testimonianze di giocatori di poker viterbesi in suo favore, e nonostante la documentazione relativa agli accessi al casinò prodotta dallo stesso dirigente per dimostrare le cospicue vincite al gioco, la Cassazione respinse il ricorso condannandolo a rifonde le somme in questione all’erario.