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Viterbo, detenuto ucciso in cella. Chiesto rinvio a giudizio per uno dei due agenti

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Detenuto massacrato e ucciso in carcere dal compagno di cella, ieri il pm Michele Adragna nel corso dell’udienza davanti al gip Savina Poli ha avanzato l’assoluzione per uno dei due poliziotti della penitenziaria, che chiese e ottenne di essere giudicato con rito abbreviato. Per l’altro agente, invece, il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio. Ad entrambi viene contestata l’accusa di omicidio colposo in concorso. Si tratta dell’ispettore della penitenziaria, al quale all’epoca dei fatti competeva la gestione del padiglione D1 dei detenuti, e il responsabile temporaneo del reparto di isolamento della casa circondariale sulla Teverina.

Contro i due poliziotti nessuna parte civile, i parenti della vittima da quanto si è appreso avrebbero deciso di rinunciare a costituirsi come parti civili nel dibattimento ancora in fase preliminare. Giovanni Delfino, 70enne viterbese, fu massacrato a colpi di sgabello all’interno del penitenziario Mammagialla la sera del 29 marzo 2019 dal 36enne di origini indiane, che fu condannato a 14 anni di reclusione a ottobre 2020 dalla Corte d’Assise di Viterbo. La perizia psichiatrica, che venne effettuata nel corso del primo procedimento da due specialisti, Giovanni e Simona Traverso, attestò che il giovane fosse parzialmente incapace di intendere e di volere. La sentenza di primo grado dispose, inoltre, il trasferimento dell’omicida presso una Rems, nella quale starebbe attualmente scontando parte della pena. Il primo verdetto fu riformato dalla sentenza di secondo grado emessa ad aprile dello scorso anno dalla Corte d’Appello, che diminuì la pena a 12 anni.

Nel febbraio 2019 Singh Khajan fu arrestato a Cerveteri e tradotto nella casa circondariale di Civitavecchia per tentato omicidio nei confronti di un 70enne. Successivamente il trentenne fu trasferito e venne segnalato all’istituto di pena di Viterbo come “soggetto pericoloso”. Secondo le ipotesi accusatorie, i poliziotti non potevano non essere a conoscenza della pericolosità del 36enne, il quale avrebbe dovuto stare in cella da solo, e non potevano non sapere che c’erano due celle singole disponibili. Il procedimento riprenderà il 28 settembre con l’udienza che sarà dedicata alle repliche delle parti, al termine delle quali, salvo imprevisti, è attesa la sentenza del gip, al quale spetta la decisione sul rinvio a giudizio e sull’assoluzione o meno del poliziotto che da principio scelse e al quale fu accordato il rito alternativo, che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena.