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Viterbo, Frontini sindaca. La città si libera dalla morsa dei partiti. L'analisi dopo il ballottaggio

Evandro Ceccarelli
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Tutto come previsto. E anche di più. L’affermazione di Chiara Frontini è una svolta storica non solo perché, per la prima volta, è diventata sindaco di Viterbo una donna, ma, viste le proporzioni del risultato, soprattutto per la rottura col passato decretata da una città che ha voluto liberarsi di una classe politica da cui, ormai da tempo, per tanti motivi, non si sentiva più rappresentata. 
Al di là delle elucubrazioni mentali di chi in campagna elettorale ha voluto strumentalmente connotare la nuova sindaca come espressione di una non meglio precisata cultura di destradestra, il verdetto consegnato dalle urne obbedisce prima di tutto a una diffusa esigenza di ritorno alla normalità, e se vogliamo anche di tranquillità, dopo lunghi anni di guerre tra bande. Tutte combattute non per un interesse comune, ma quasi sempre per bieco tornaconto personale, ovvero per il mantenimento del potere a dispetto della manifesta incapacità di amministrare certificata dalla mancanza di qualsiasi tipo di risultato. Un vizio, quello del voler restare attaccati a tutti i costi alla poltrona, ovviamente trasversale, come dimostra il fatto che, indipendentemente dal colore politico, trasversali sono state le alleanze strette in questi mesi per sbarrare il passo a Viterbo 2020. Avevano tutti fatto male i conti.
Chiara Frontini porta a casa rispetto al primo turno 6 mila voti in più, per un totale di 16 mila, grazie all’endorsement prima di Per il bene Comune (Luisa Ciambella) e subito dopo di Fratelli d’Italia (Mauro Rotelli e Laura Allegrini), ma anche grazie all’immagine positiva, rassicurante, fattiva e di discontinuità che ha saputo trasmettere alla popolazione al di là delle simpatie politiche di ognuno. Basti pensare che Arena nel 2018 era diventato sindaco con appena 12 mila voti, segno che il centrodestra già allora non interpretava più il sentiment dei viterbesi. Fecero finta di non vedere. Così come hanno fatto tutti finta di non accorgersi del malcontento suscitato, a dicembre scorso, dalla manovra di palazzo studiata ed eseguita da Pd e FI per eleggere Alessandro Romoli presidente della Provincia. Manovra che come risposta ha portato alla caduta dell’amministrazione di Giovanni Arena.

 

In questo contesto, è di tutta evidenza che, sul piano politico, siano proprio Forza Italia (addirittura da oggi senza neanche un consigliere eletto dopo oltre 25 anni di ininterrotta presenza nella Sala d’Ercole) e il Pd a trazione Regione Lazio i due partiti che escono maggiormente sconfitti da questa tornata. Evenienza, questa, proprio a dicembre facilmente pronosticabile dato che la somma di più debolezze (quelle forziste e quelle del centrosinistra di Panunzi), avvenuta all’interno di un patto di potere per il controllo di Palazzo Gentili e di tutto ciò che esso direttamente o indirettamente rappresenta per la gestione ad esempio dei fondi del Pnrr o della Talete, difficilmente avrebbe potuto portare a qualcosa di buono. E così effettivamente è stato. 
Forza Italia, ma anche la Lega, che tuttavia salva almeno la faccia eleggendo in Consiglio Claudio Ubertini e Andrea Micci, aveva creduto che con l’abbraccio ai dem di Panunzi sarebbe potuta diventare l’ago della bilancio mettendo a tacere Fratelli d’Italia. Dal canto suo, il Pd si era invece convinto che Forza Italia avrebbe potuto supplire all’assenza della componente moderata, relegata oltre i margini, snobbata e palesemente ignorata, mostrando un’ostinazione difficile da spiegare, protrattasi anche negli ultimi giorni, laddove, dopo l’appello del senatore Ugo Sposetti, l’entourage di Alessandra Troncarelli non ha provato neanche a mettere in atto uno straccio di tentativo (nemmeno di facciata) per portare dalla propria parte Luisa Ciambella, uscita dal Pd a febbraio. Ecco i risultati. 

 

Escono a pezzi da questo terremoto anche tutti gli altri satelliti del Pd viterbese. Da Azione, dove Barelli ha raccattato quattro voti e dopo 9 anni è stato fatto sloggiare dalla Sala d’Ercole, al Movimento 5 Stelle, disintegratosi sull’altare dell’opportunismo che ha portato Massimo Erbetti a diventare lo scendiletto di Panunzi. Ma d’altra parte, come potevano immaginare, tutti questi signori, che gli elettori avrebbero assistito senza fiatare allo spettacolo della grande ammucchiata pro Alessandra Troncarelli da parte di personaggi che prima d’ora se l’erano dette di tutti i colori? Come poteva, Barelli, giustificare la sua presenza accanto ad Arena, dopo che lo aveva definito per anni il peggior sindaco di Viterbo? O come poteva passare inosservata l’improvvisa militanza di Ricci e Arena all’interno dello stesso schieramento, dopo tutti gli attacchi fatti dal primo quando il secondo era sindaco? Come poteva, la gente, non accorgersi di questa grande fiera delle ipocrisie, messa splendidatamente in scena nel momento in cui a dicembre il Pd panunziano, con al seguito le ruote di scorta Barelli e Erbetti, decise di non votare la sfiducia al primo cittadino?
Al di là di quello che accadrà nel centrodestra, dove è facile immaginare che, per quanto riguarda Forza Italia, si ritroveranno tutti insieme come se nulla fosse accaduto nella speranza di rimettere insieme un po’ di cocci a futura memoria dei bei tempi andati, nei prossimi giorni sarà interessante verificare proprio cosa accadrà nel centrosinistra, anche perché, in vista delle regionali del 2023, il governatore Zingaretti e il segretario regionale Astorre incassano sconfitte, oltre che a Viterbo, anche a Rieti e Frosinone. La logica imporrebbe, come anche per Forza Italia e Lega, la nomina di un commissario con ampi poteri per rimettere ognuno al suo posto, ma si sa: logica e politica non sempre coincidono.