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Guerra, l'Ordine di Malta di Viterbo porta in salvo 39 profughi, tra cui 20 bambini

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Sono partiti da Viterbo con un bus carico di aiuti umanitari e dopo un viaggio di 24 ore, senza fare mai una sosta, sono arrivati nella città di Medyka, città al confine tra Polonia e Ucraina. Al ritorno il bus non aveva più generi di prima necessità ma profughi: 39 persone, donne e bambini. Una missione di soccorso pensata e realizzata dall’Ordine di Malta, portata a termine grazie all’impegno del delegato di Viterbo e Rieti Roberto Saccarello, il quale, ottenuto il consenso del Gran Priorato di Roma e con l’incoraggiamento del vescovo Lino Fumagalli, ha formato un gruppo di persone disposte a partire.

 

L’accoglienza dei profughi portati a Viterbo è stata praticamente messa a punto durante il viaggio di ritorno, quando, superata la zona critica, i volontari hanno potuto contattare i familiari di alcuni dei profughi, che hanno immediatamente accettato di ospitarli. All’arrivo, tutti i profughi sono stati registrati e visitati. Alcuni, come detto, sono andati dai parenti e da persone di loro conoscenza. Una famiglia, composta da una mamma e due bambini, è stata accolta in casa da un volontario, mentre gli altri sono stati presi in carico da un’associazione coordinata dalla Prefettura che ha provveduto a sistemarli in un centro allestito a tale scopo. L’organizzazione della missione è stata affidata ad Alessio Lamoratta che ha provveduto a prenotare un pullman, con relativi autisti, per raggiungere Medyka, città frontaliera al confine ucraino-polacco, dove operano diverse associazioni che si occupano di assistere chi scappa e di ricevere gli aiuti che arrivano dai Paesi europei. Nel viaggio, Lamoratta è stato accompagnato da Eros Vasapollo e da un’interprete per le lingue russa, ucraina e polacca. Era stato prenotato un bus con 50 posti, nella speranza di portare via più persone possibili. La situazione, infatti, è tale che uscire dal Paese è sempre più complicato. Parte dei vivere, una volta arrivati a destinazione, sono rimasti sul bus per le 24 ore del viaggio di ritorno. A quel punto a bordo c’erano le 39 persone, tra cui 20 bambini, anche molto piccoli. Il viaggio di ritorno è stato intenso di rapporti telefonici con la Croce Rossa, con l’ufficio immigrazione della Questura, con la Asl e la Prefettura di Viterbo. Questo perché, durante l’organizzazione dei soccorsi, la Delegazione si era rapportata con tutte le istituzioni preposte, sotto il coordinamento della Prefettura, affinché la missione potesse volgere al meglio per i rifugiati e nel rispetto delle leggi.

 

“Abbiamo trovato - hanno raccontato i volontari al ritorno - una situazione umanitaria drammatica, neanche lontanamente immaginabile con quanto trasmesso dai mezzi di informazione. E’ evidente che il pietoso stato è figlio esclusivo dei numeri caratterizzanti l’esodo, non certo del disservizio di chi, con abnegazione, cerca di soccorrere i profughi del teatro di guerra”. Ora le 39 persone sono al sicuro e tutti i bambini portati via dalla guerra, durante il viaggio verso Viterbo hanno ricevuto, oltre al cibo e coperte, anche dei giochi. Una parvenza di normalità dopo lo scenario da incubo che si sono lasciati alle spalle.