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Viterbo, lavoratori sfruttati per consegnare farmaci. Quattro a processo. Il racconto dei dipendenti: "Condizioni disumane"

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“È da otto anni che aspetto di rendere la mia deposizione. Noi fattorini lavoravamo in condizioni disumane. L’estremo bisogno di un impiego da accettare questo tipo di condizioni, perché o vivi o affoghi”. Ha esordito così un 63enne che ha testimoniato in qualità di parte civile al processo a carico di due fratelli e imprenditori viterbesi cinquantenni, Giuseppe e Stefania Boni, due dipendenti Roberto Aquilanti, 66enne e Andrea De Angelis, 41enne, e del consorzio cooperativo Interservice Group di Viterbo, con sede al Poggino, attivo nel settore del trasporto e distribuzione di farmaci nella provincia di Viterbo e Roma. Gli imputati devono rispondere a vario titolo di evasione fiscale, intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori.

 

In tutto sono 4 le vittime, rappresentate dagli avvocati Marco Valerio Mazzatosta e Mara Mencherini, 3 delle quali ieri in aula hanno raccontato quanto vissuto nel periodo in cui furono “assunti” presso alcune cooperative battezzate con nomi di pianeti e costellazioni, così denominate dall’imprenditore Giuseppe Boni, che secondo le ipotesi degli inquirenti sarebbe stato la punta dell’iceberg, nonché appassionato di astronomia. Si tratta di autisti sottopagati che, stando alle ipotesi della Procura, venivano costretti ad affrontare turni lavorativi massacranti.

 

“Lavorai per due società di Giuseppe Boni da giugno 2012 ad aprile 2014. Fui assunto dapprima con un contratto Co.Co.Co. e lavoravo per 12 o 15 ore, iniziando alle 05,00 del mattino, dal lunedì al sabato ed eravamo obbligati a effettuare un giro infrasettimanale su Viterbo – ha spiegato il 63enne, scendendo nei dettagli-. Per un periodo, quando scelsi di fare il turno notturno, mi capitò di dormire anche nel deposito della ditta, che si trovava al Poggino, che era un porcile: neanche un tavolo per appoggiare le cose, una brandina, non c’era nemmeno il riscaldamento. Non si capiva cosa dovessimo sorvegliare visto che il locale era dotato di un sistema d’allarme. Quando dovevamo caricare i mezzi non avevamo a disposizione neppure un muletto. Una volta ricordo che insieme ad altri 3 colleghi dovemmo sollevare a mano una pedana e spesso dovevamo chiedere in prestito alla pasticceria di fianco un carrello elevatore per effettuare queste manovre. Da contratto avrei dovuto fare soltanto il corriere, ma la realtà era molto diversa. Non avrei dovuto svolgere tali mansioni. Era una situazione in cui ti ritrovavi da solo come un cane a farti un mazzo così. Con il contratto Co.Co.Co. avevo uno stipendio, poi in seguito quando passai alla cooperativa ‘Scorpione’ come socio artigiano guadagnavo 1500 euro al mese, ma l’importo non era netto, in quanto in pratica risultavo come un libero professionista e non come dipendente. In tre fummo licenziati perché eravamo tra quelli che non abbassavano la testa, noi protestavamo. Io per i tre anni successivi non lavorai, non stavo bene dopo tutto quello che avevo passato. Con altri due colleghi decidemmo di denunciare i fatti alla Guardia di Finanza, all’ispettorato del lavoro e ai carabinieri, perché non si possono accettare situazioni del genere”. Si tornerà in aula il 26 ottobre.