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Viterbo, egiziano morto. Sotto accusa il ministero

Valeria Terranova
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Stenta a decollare il processo per la morte di Hassan Sharaf, il 21enne egiziano deceduto il 30 luglio 2018, sette giorni dopo aver tentato il suicidio nella cella di isolamento a Mammagialla. Nell’udienza che si è celebrata ieri mattina il ministero della Giustizia e l’Avvocatura Generale dello Stato sono stati ammessi, in qualità di responsabili civili, al processo a carico di due agenti della polizia penitenziaria, accusati di abuso di mezzi di correzione, per uno ceffone sferrato il 23 luglio del 2018 al 21enne egiziano. In apertura della seduta l’avvocato Giorgio Santini, che rappresenta le due istituzioni, aveva esposto alcune eccezioni, avanzando un’istanza di esclusione immediata dal dibattimento. Istanza però rigettata dal giudice monocratico.

Dunque il dicastero governativo preposto all’amministrazione giudiziaria e l’avvocatura distrettuale, in caso di condanna saranno tenuti a risarcire le vittime. Intanto, gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, che rappresentano i parenti del 21enne, l’Ambasciata e il Consolato egiziani di Roma, tornano a chiedere un rinvio, in modo da attendere la decisione della Procura Generale di Roma che il 10 dicembre ha preso in mano il dossier dell’inchiesta, revocando la richiesta di archiviazione presentata il 15 maggio del 2019 dalla Procura di Viterbo. “Questo processo toglie un pezzo fondamentale da un puzzle più complesso - ha affermato Barelli -. Speriamo che si trovi una strada procedurale adeguata, che per noi è la Corte d’Assise”.

Considerata la complessità della questione, e dovendo visionare tutta la documentazione che comprende anche il file del video, della durata di 35 minuti, in cui sono racchiusi gli ultimi momenti di vita del giovane detenuto, il giudice ha rimandato lo scioglimento della riserva al 7 luglio, in modo da consentire al pubblico ministero e all’avvocato Giuliano Migliorati, che difende i due imputati, un 49enne campano e un 51enne viterbese, di interloquire sul punto. La svolta determinata dall’iniziativa della Procura Generale di Roma è stata resa nota il 13 dicembre, a poche ore dalla conclusione della prima udienza del procedimento ai due agenti della polizia penitenziaria, che devono rispondere di abuso di mezzi di correzione in concorso, aggravato dall’abuso di potere. Resta in bilico dunque il dibattimento che riguarda i due poliziotti, nato da uno stralcio del filone giudiziario principale, relativo, come detto, all’opposizione alla richiesta di archiviazione del fascicolo aperto nell’estate di 3 anni fa contro ignoti, per istigazione al suicidio, che è stata avocata ormai tre mesi fa dalla Procura Generale.