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Viterbo, suicidio in carcere. La famiglia si costituisce parte civile

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Prosegue l’udienza preliminare che riguarda il fascicolo aperto dalla Procura per omicidio colposo a seguito della morte di Andrea Di Nino, il detenuto romano 36enne che il 21 maggio del 2018 si tolse la vita impiccandosi nella cella di isolamento del carcere di Mammagialla. Dei 4 indagati, appartenenti ai vertici della casa circondariale, al personale sanitario e alla polizia penitenziaria, solo uno avrebbe scelto e ottenuto il rito abbreviato. I pm Michele Adragna e Stefano D’Arma hanno formulato diversi profili di colpa per ogni indagato.

 

Diversi parenti che ieri davanti al gip sono state ammessi come parti civili. Andrea Di Nino fu rinvenuto privo di vita intorno alle 22 del 21 maggio di 4 anni fa. Il 36enne, che morendo lasciò la moglie e i 5 figli, era recluso nell’istituto di pena sulla Teverina da 2 anni per possesso di sostanze stupefacenti e lo avrebbe lasciato di lì a un anno. Pochi mesi prima del tragico gesto, il 13 dicembre 2017,

 

Di Nino, insieme ad altri tre detenuti, nel corso di alcuni disordini scoppiati all’interno dell’infermeria, avrebbe minacciato un assistente capo della polizia penitenziaria, aggredendolo verbalmente e pertanto avrebbe dovuto rispondere delle accuse di minacce e oltraggio a pubblico ufficiale, in concorso con gli altri 3 carcerati, reato che fu dichiarato estinto con la morte del 36enne a ottobre 2019, quando cominciò il processo che vide imputati un 34enne e un 44enne romani, e un 47enne marocchino, implicati nell’episodio. Il dibattimento a loro carico si concluse con due condanne a 6 mesi.