Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Viterbo, caporalato: taglialegna sfruttati. La testimonianza al processo: "Venivamo pagati 50 euro al mese"

  • a
  • a
  • a

Lavoravano nei boschi dell’Alta Tuscia dalla mattina alla sera per massima per uno stipendio da fame che in alcuni casi si riduceva a 50 euro per tutto il mese.
Sfilano in aula alcuni richiedenti asilo che circa 3 anni fa denunciarono per sfruttamento della manodopera il proprio datore di lavoro, un ex commerciante di legname acquesiano, finito a giudizio per caporalato. Ieri è ripreso con le testimonianze delle vittime il dibattimento a carico del cinquantenne, accusato di aver sfruttato 3 dipendenti, tutti giovani braccianti di origine africana, impiegati come tagliaboschi nelle campagne di Acquapendente. Le denunce raccolte dagli inquirenti fecero scattare diverse indagini che sfociarono in due filoni processuali che successivamente furono riuniti in un unico procedimento.

 

Le vittime si costituirono parti civili con l’avvocato Carlo Mezzetti a gennaio 2020 mentre l’imputato, che fu arrestato a settembre 2019, è difeso dall’avvocato Enrico Valentini. “All’inizio ci disse di cominciare a lavorare, che in seguito ci avrebbe messi in regola e l’accordo era che ci avrebbe dato 50 euro al giorno, ma questo patto non fu rispettato – ha raccontato un 24enne gambiano-. Dopo due mesi ci consegnò soltanto un contratto di avviamento al lavoro. Lavoravamo 6 giorni alla settimana dalle 7 di mattina fino alle 16 con una pausa pranzo. Al mattino presto ci veniva a prendere lui e ci portava in una località vicino ad Acquapendente. Era lui a decidere il da farsi. Non avevamo l’abbigliamento da lavoro e l’attrezzatura adatta. Gli indumenti li comprammo noi, ma non erano adeguati a quello che dovevamo fare. Usavamo la motosega per tagliare gli alberi, tranciare la legna e caricavamo i tronchi o il legname sul trattore. Il primo mese ci diede 200 euro, il secondo e il terzo mese ci corrispose 150 euro e il quarto solo 50 euro. Poi decidemmo di affrontarlo e facemmo presente all’imputato che non avevamo più intenzione di lavorare se non ci avesse pagato le somme stabilite, perché quei soldi ci spettavano. Per invogliarci a proseguire ci offrì 50 euro ma li rifiutammo. Così iniziammo a discutere e uno di noi chiamò i carabinieri. Avevo solo quell’impiego all’epoca, non percepivo altri redditi dato che i turni lavorativi erano serrati e alloggiavo in un seminario”.

 

Il procedimento che si sta celebrando davanti al giudice Elisabetta Massini proseguirà il 15 settembre con l’esame dell’imputato, il quale in quell’occasione, sottoponendosi alle domande delle parti, avrà modo di fornire la propria versione dei fatti, riportando la propria verità. Il cinquantenne dopo essere stato travolto dalle accuse decise di chiudere la propria attività reinventandosi come boscaiolo lavorando alle dipendenze di altri imprenditori.