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Viterbo, crollo delle nascite negli ultimi 20 anni

Massimiliano Conti
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Vent’anni di decrescita tutt’altro che felice. Dal 2002 al 2020 il tasso di natalità nella provincia di Viterbo è sceso del 23,4%. Se è vero che sul numero di culle incide anche, se non soprattutto, il livello di benessere di un territorio (ricchezza ma anche servizi al cittadino), allora quella che emerge dall’ultima fotografia scattata dall’Istat sull’andamento demografico italiano è ancora una volta l’immagine impietosa di un territorio, quello viterbese, in costante declino. Ad onor del vero va detto che la situazione delle altre province laziali non è certamente migliore, e che il calo del tasso viterbese è comunque inferiore alla media nazionale (-27,7%). Ma il mal comune in questo caso non è per niente gaudio. Osservando la rielaborazione dei dati Istat compiuta dal Sole 24 Ore, ancora più pesante appare il crollo demografico viterbese restringendo l’arco temporale al periodo che va dal 2008 al 2020: il numero delle culle ogni mille abitanti in 13 anni è crollato del 31,4%.

Pure in questo caso consola leggermente il confronto con le province di Roma e di Latina. Nella prima la flessione del tasso di natalità (ovvero il numero dei nuovi nati ogni mille abitanti) è stata del 39,4%, nella seconda del 32,7%. Più contenuto invece il calo registrato nella provincia di Rieti (-27,7%) e in quella di Frosinone (-23,9%). E’ dei giorni scorsi l’invito del neorieletto presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di giuramento, “a superare il declino demografico a cui l’Europa sembra condannata”, proprio sulla base degli ultimi allarmanti dati sulla denatalità pubblicati dall’Istat. A livello nazionale, a conferma di quanto economia e demografia vadano a braccetto, la maglia nera per il crollo delle culle spetta alla provincia di Barletta-Andria-Trani, dove oggi i nuovi nati iscritti all’anagrafe ogni mille abitanti sono il 40% in meno rispetto a vent’anni fa. Siamo nel Profondo Sud, anche se la Puglia resta pur sempre una delle regioni più sviluppate del Mezzogiorno.

Dall’altra parte della classifica, troviamo invece Parma, provincia non a caso sempre in vetta alle classifiche nazionali sulla qualità della vita: qui la differenza tra il 2020 e il 2002 è stata del 13%. In definitiva: il calo demografico è un fenomeno strutturale europeo e più in generale occidentale, ma la tendenza delle coppie a fare meno figli è più accentuata in quei territori dove si vive peggio. Guardando infine al futuro, non è che le cose siano destinate a migliorare nei prossimi anni. Da qui al 2030, infatti, l’Istat stima per la Tuscia un calo della popolazione complessiva dagli attuali 307 mila residenti a 295 mila, pari a 12 mila persone in meno.