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Viterbo, morto dopo volo dalla finestra della Rsa. Maxi risarcimento per i familiari

Valeria Terranova
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Sono stati condannati a 2 anni ciascuno Amedeo Menicacci e Noemi Castellani, rispettivamente legale rappresentante e coordinatrice responsabile della rsa Villa Iris di Tuscania. I due soci della società Came srl ai quali competeva la gestione della struttura finiti a processo con le accuse di abbandono aggravato a seguito della morte di Gian Paolo Rossi, ex bancario 81enne affetto da Alzheimer, originario della provincia di Grosseto, precipitato da una finestra del secondo piano della casa di riposo nel tardo pomeriggio del 15 gennaio del 2019. La sentenza emessa dalla Corte d’Assise del Tribunale di Viterbo presieduta dal giudice Eugenio Turco ha disposto inoltre un risarcimento di 320  mila euro complessivi in favore dei famigliari costituitisi parti civili nel dibattimento.

 

L’udienza dedicata alla discussione si è aperta ieri mattina con la requisitoria del pubblico ministero Massimiliano Siddi che ha evidenziato gli aspetti cruciali. “Il personale non era previsto in modo congruo – ha affermato il pm-. Le disposizioni prevedevano un fabbisogno orario di 131 ore e dagli accertamenti è emerso che le ore di assistenza erogate corrispondevano alla metà, dunque l’organico era insufficiente per il numero di degenti ospitati. Quella sera c’erano solo due operatori socio sanitari e un tirocinante, la cuoca e Menicacci. La fonte della responsabilità della Castellani è non essere stata presente costantemente e vista l’età avrebbe potuto decidere di non assumersi l’onere di amministrare una struttura del genere. I lavoratori della cooperativa in quel momento fecero quello che potevano fare e le loro testimonianze sono state genuine e lamentavano le carenze di organico allo stesso Menicacci. A questo riguardo le argomentazioni difensive sono illogiche rispetto a quanto accaduto. Era l’amministrazione che doveva procurare il personale necessario. Per quanto riguarda invece la procedura relativa alla sicurezza dei locali non era rigorosa. Gli ambienti erano alla mercé degli utenti. L’indicazione scritta e affissa sull’entrata era più una raccomandazione. Il tentativo di scaricare la responsabilità sui dipendenti è stato subdolo da parte dei difensori. Se la morte di Rossi fosse dipesa da loro ci sarebbero stati gli oss sul banco degli imputati”.

 

La pubblica accusa concludendo ha chiesto una condanna a 3 anni per entrambi gli imputati. Di tutt’altro avviso invece le difese, che hanno ribadito le proprie tesi avanzando pertanto le istanze assolutorie. Il verdetto finale, arrivato nel primo pomeriggio, ha condannato Menicacci e Castellani a 2 anni di reclusione a testa e ha stimato un risarcimento di 200 mila euro per i due figli e 120 mila euro per i tre nipoti.