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Viterbo, deposito scorie nucleari. I comitati: “C'è anche danno d'immagine”

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C’è anche il danno di immagine nelle nuove osservazioni che il comitato per la salvaguardia del territorio di Corchiano e della Tuscia ha presentato contro l’ipotesi che l’area delle forre diventi un domani la discarica nazionale dei rifiuti nucleari. Si è chiusa ieri la finestra temporale nella quale andavano presentate le ulteriori e ultime contestazioni al piano delle zone potenzialmente idonee ad ospitare il deposito delle scorie (Cnapi) stilato dalla Sogin. Si era aperta il 15 dicembre scorso all’indomani della chiusura del seminario nazionale con tutti i cosiddetti “portatori di interessi”. 

 


 

“Già giovedì sera abbiamo consegnato il nostro documento attraverso il portale della consultazione pubblica di Sogin – riferisce Rodolfo Ridolfi, presidente del comitato di Corchiano -. In esso, oltre a ribadire tutte le nostre posizioni, abbiamo aggiunto ulteriori considerazioni, tra cui l’enorme danno ambientale che il nostro territorio subirebbe dalla realizzazione del deposito”. Ipotesi, questa, che resta tutt’altro che remota. Nella carta nazionale, tra i siti potenzialmente idonei, 22 su 67 si trovano nella Tuscia, mentre sono viterbesi 5 su 12 delle aree più qualificate, sempre secondo Sogin, ad ospitare le scorie. In pratica c’è una probabilità su tre che il pallino della roulette alla fine si fermi su un sito viterbese, in particolare nelle zone maggiormente “indiziate” di Corchiano e Montalto di Castro, che da mesi hanno alzato le barricate attraverso i comitati, le associazioni e i comuni. 
Il danno ambientale paventato nelle ultime osservazioni riguarda, come si legge nel documento: “Il disvalore che assumerebbero i prodotti agroalimentari provenienti dal territorio; la diffidenza a scegliere tale territorio come meta turistica o di vacanza; la svalutazione dei beni immobili; la diffidenza ad eleggere tale territorio come luogo dove vivere; la sfiducia nell’investire risorse economiche su attività in contrasto col deposito nazionale; il potenziale rischio di spopolamento”. 

 

Sogin ha ora 60 giorni di tempo per elaborare la Cnai, la carta nazionale delle aree idonee (non più potenzialmente ma concretamente), sulla base delle osservazioni presentate dai singoli territori. Dopodiché la carta passerà all’esame dei ministeri dello Sviluppo economico e della Transizione ecologica, che a loro volta avranno altri due mesi di tempo per validare la Cnai e rispedirla alla Sogin per la pubblicazione. A quel punto il lavoro dei comitati sarà concluso e si aprirà la fase clou, quella manifestazione di interessi da parte dei soggetti pubblici. Interessi che, nella consultazione nazionale, non sono ovviamente emersi. Il governo dovrà quindi decidere d’imperio, con la logica della pistola alla tempia. Con tempi però al momento non prevedibili. 
Oltre al danno di immagine, le ragioni del no al deposito squadernate dai comitati nelle osservazioni sono tante: si va dai rischi per la salute pubblica (anche in considerazione della radioattività già presente in aree dove la maggior parte delle costruzioni sono in tufo) ai danni prodotti su un’economia fondata sull’agricoltura biologica, ai problemi viari e ai rischi legati all’andirivieni di camion contenenti i rifiuti atomici da seppellire. 
Insomma, alla luce delle tante servitù ambientali che da decenni gravano sull’intero territorio viterbese, il deposito delle scorie nucleari, per i comitati e i comuni interessati è un ulteriore “lusso” che la Tuscia non può permettersi. La pensa così anche la Provincia che finora ha sempre dato manforte ai cittadini in questa battaglia, mentre meno granitico appare l’atteggiamento della Regione Lazio che, dopo aver presentato le prime osservazioni alla Cnapi non ha partecipato al seminario nazionale organizzato dalla Sogin. E chissà se da Roma saranno arrivate ulteriori contestazioni entro la scadenza di ieri.