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Viterbo, scoperte 10 tombe etrusche a Tarquinia. In una un ricco corredo funerario

Fabrizio Ercolani
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Tarquinia, le tombe etrusche non finiscono mai di stupire. Uno splendido contesto funerario, miracolosamente scampato ai moderni ladri d’arte, apre nuovi scenari sulla fase più antica dell’età orientalizzante. Una campagna di scavi di emergenza condotta dalla Soprintendenza lo scorso autunno, ha portato alla luce un nucleo di dieci sepolture etrusche, a poche decine di metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri.  Oggi, dopo i primi interventi di restauro, vengono finalmente svelate alcune delle sorprendenti scoperte avvenute in uno dei contesti tombali. Un’aratura troppo approfondita in un terreno privato aveva reso necessari i lavori. Gli archeologi della società Eos Arc, in uno dei complessi sepolcrali che era stato visitato da profanatori interessati a saccheggiare i metalli pregiati più che le ceramiche, hanno recuperato decine di vasi e altri oggetti.

 

 

“La tomba risale alla prima metà del VII secolo a.C. – spiega Daniele Federico Maras, funzionario della Soprintendenza per il territorio di Tarquinia –. È del tipo ‘gemino’, cioè costituita da due camere indipendenti affiancate, quasi identiche tra loro e aperte a sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, cui si accede tramite una ripida scaletta”. 
Nella camera nord, la resistenza opposta dal lastrone ha spinto i profanatori a scalzare anche due blocchi della copertura, causandone così il crollo col passare del tempo. Sotto le macerie della Tomba Gemina e setacciando la terra smossa , gli archeologi hanno raccolto i frammenti di vasi di impasto lucidato a stecca, a volte con decorazioni incise o con forme configurate; una statuetta fittile raffigurante una donna piangente; diversi vasi di bucchero inciso e dipinti di stile etrusco-geometrico, tra cui alcune brocche del Pittore delle Palme; antiche coppe euboiche del tipo ‘a chevrons’; vari elementi di legno e ferro; i lacerti di una sottile lamina d’oro, evidentemente il residuo di un rivestimento prezioso, che gli antichi profanatori avevano rubato. 

 


 

“Tutto il materiale è stato ritrovato in frantumi – commenta ancora Maras –. Probabilmente rotto intenzionalmente dagli scavatori clandestini per cercare immaginari tesori nascosti nei vasi”. I frammenti sono stati lasciati in terra e ora sono al restauro, per essere restituiti alla pubblica fruizione. 
“In questo modo – conclude con soddisfazione il Soprintendente Margherita Eichberg –, si porta a compimento la vocazione del Ministero della Cultura, attraverso una filiera unitaria che porta dalla tutela alla valorizzazione senza soluzione di continuità”. 
La Soprintendenza, infatti, ha già dato disposizione di lasciare in vista la Tomba Gemina a conclusione dello scavo.