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Viterbo, impiccato a Mammagialla. Gli avvocati della famiglia dell'egiziano morto: "Fuori la verità"

Valeria Terranova
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Il 10 dicembre scorso il dossier sulla morte del detenuto egiziano 21enne Hassan Sharaf, avvenuta il 30 luglio del 2018 dopo una settimana di agonia in seguito a tentativo di suicidio nella cella d’isolamento di Mammagialla, è passato nelle mani della Procura generale presso la Corte d’appello di Roma. Inoltre, con la stessa disposizione, la Procura generale di Roma ha revocato la richiesta di archiviazione presentata il 15 maggio 2019 dalla Procura di Viterbo, finora titolare dell’inchiesta, stabilendo l’apertura di ulteriori indagini. La decisione è stata resa nota il 13 dicembre a poche ore dalla conclusione della prima udienza del processo a due agenti della polizia penitenziaria in servizio il 23 luglio del 2018 presso il penitenziario viterbese, i quali devono rispondere di abuso di mezzi di correzione in concorso, aggravato dall’abuso di potere. Uno dei poliziotti, assistiti dall’avvocato Giuliano Migliorati, stando all’impianto accusatorio, avrebbe sferrato uno schiaffo violento al detenuto 21enne tanto da fargli urtare la testa contro il muro, prima che il ventenne tentasse di suicidarsi impiccandosi con delle lenzuola. Il dibattimento in questione, nato da uno stralcio del procedimento principale per istigazione al suicidio, riprenderà il 10 febbraio.

 

 

“Abbiamo presentato una querela molto articolata avvalendoci del supporto tecnico-scientifico di medici legali e abbiamo prodotto un rapporto di un ente europeo che si occupa di tortura all’interno delle carceri in Europa che classifica purtroppo il Mammagialla come pessimo sotto questo aspetto – hanno riferito al termine della seduta di dicembre gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano che rappresentano le parti civili -. Abbiamo fornito tramite il garante dei detenuti un elenco di morti sospette che ci sono state negli ultimi 10 anni a Mammagialla e la cosa più grave che emerge da quelle carte che erano sotto gli occhi della Procura è che il ragazzo oltre a essere minorenne non poteva essere trattenuto per nessun motivo in questo penitenziario e non fu neanche trasferito come disposto dall’ufficio di sorveglianza minorile di Roma. Non si sa ancora chi ricevette l’ordine di portare Hassan in quel buco nero, come lo chiamiamo noi. Il carcere su questo non ci dà risposte. Abbiamo sentito anche i parenti di altri detenuti che ci hanno raccontato delle cose sconcertanti su quello che accade in questo carcere. Di ciò è stato interessato anche il ministro delle Giustizia e siamo fiduciosi di un suo riscontro in merito. Altro elemento sconvolgente che abbiamo messo in luce in aula attiene il certificato medico, perché per legge nessuno può andare in isolamento senza che se ne attesti l’attitudine psicofisica. Ebbene, il medico che avrebbe rilasciato certificato non ha mai visitato il ragazzo e c’è poi il dilemma della data del 22 luglio cancellata su cui poi è scribacchiato 23 luglio, ma bastava leggere l’intestazione che era quella di Belcolle e non certo quella dell’unità sanitaria del carcere. Il che significa che è stato firmato quando il ragazzo è entrato in coma in ospedale. Anche quando si accorsero del tentativo di impiccagione non ci furono soccorsi tempestivi, basta guardare il video. La morte di Hassan Sharaf rappresenta l’apice di un iceberg che va esplorato fino in fondo. Troppe sono le cose misteriose e mai spiegate che avvengono in questo carcere”.

 

 

Dal filmato diffuso sul web, tratto dalle 6 ore di registrazione delle telecamere installate nel reparto di isolamento, è possibile ripercorrere le ultime due ore di vita del 21enne. Il video inizia alle 12.30 del 28 luglio 2018 quando il ragazzo viene accompagnato in cella di isolamento da un agente mentre un altro li attende spalancando la porta che viene chiusa alle sue spalle alle 13.25. Alle 14.00 Sharaf si affaccia appoggiando le braccia tra le sbarre e comincia a infliggersi il primo taglio sull’avambraccio sinistro. Dopo due minuti si vede un poliziotto che apre la porta ed entra: sono questi gli attimi incriminati durante i quali l’agente l’avrebbe schiaffeggiato. Alle 14.15 poi il giovane sporgendosi ancora dalle inferriate tenta di attirare l’attenzione di chi si trova a passare in quell’area senza riuscirci, nell’indifferenza generale. Alle 14.18 la porta di sicurezza più esterna viene sbarrata insieme allo sportellino d’ispezione. Alle 14.45 un poliziotto passando apre lo spioncino, si accorge di ciò che il ragazzo aveva appena fatto, scoprendo che si era impiccato, richiude e dà l’allarme e di lì a poco insieme a un collega entrano nella cella. Alle 14.50 arriva anche il personale sanitario del penitenziario e alle 15.29 il detenuto viene trasportato all’ospedale di Belcolle dove muore il 30 luglio. Hassan Sharaf a maggio aveva finito di scontare la pena per rapina e avrebbe dovuto essere trasferito in un casa di detenzione minorile, in cui avrebbe dovuto trascorrere altri 4 mesi per il possesso di 10 euro di hashish, reato che risale a quando il giovane era ancora minorenne, e a luglio non avrebbe dovuto essere recluso a Mammagialla.