Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Viterbo, pecorino romano con latte di pecore francesi. I 1.500 allevatori della Tuscia sono in allarme

Massimiliano Conti
  • a
  • a
  • a

Il pecorino romano rischia di imbastardirsi. Spaventa i circa 1.500 allevatori viterbesi l’apertura alle razze di ovini non autoctoni da parte del Consorzio di tutela della Dop che vigila sulle produzioni di Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto e che ha sede a Macomer in provincia di Nuoro. 
Il disciplinare che il consorzio sta per modificare prevede infatti di ammettere nel ciclo produttivo del pecorino romano, esportato in tutto il mondo e autentico vanto del made in Italy, anche il latte proveniente dalle pecore francesi Lacaune, dalle israeliane Assf e da altre razze meticce
Gli allevatori e le associazioni di categoria parlano di colpo di mano e hanno già alzato un fuoco di sbarramento perché, come spiega il presidente della Coldiretti di Viterbo Mauro Pacifici, si rischia di snaturare la Dop. 

 


 

“La pecora Lacaune è un incrocio francese che, a differenza delle razze italiane, è destinato alla stabulazione fissa, cioè all’alimentazione in stalla, come per le vacche, e non al pascolo – spiega -. La nostra contrarierà è totale perché il marchio Dop non è solo una questione di forma ma anche di sostanza: in ballo ci sono le peculiarità e le caratteristiche organolettiche del prodotto, che potrebbe perdere quel valore aggiunto che ne ha fatto la fortuna a livello mondiale”. 
Il valore aggiunto, sottolinea il numero uno della Coldiretti, è dato proprio dal legame che gli ovini hanno con il territorio e dal pascolo, “grazie al quale ogni abbiamo una varietà di sapori e odori i quali, con questa modifica, andrebbe irrimediabilmente persa a favore di un’omologazione del prodotto. Il sapore del pecorino oggi cambia con la stagione e con il tipo di foraggio: una pecora che mangia trifoglio produce latte diverso da quella alimentata con avena. Se il latte prodotto dalle pecore Laucane è ottimo per i formaggi freschi, come il francese roquefort, lo è molto meno per quelli stagionati come il nostro pecorino”. 

 

Le ragioni per cui il consorzio di tutela sardo intende aprire il disciplinare al 10% di razze non autoctone sono da ricondurre alla maggiore resa degli allevamenti intensivi, quali sono appunto quelli a stabulazione fissa, rispetto a quelli estensivi. “Prendiamo la mia attività: io oggi ho 1.150 pecore e per il pascolo dispongo di un centinaio di ettari. Con un allevamento intensivo, di ettari ne basterebbero appena 30”, continua Pacifici, che sottolinea anche l’importanza che il pascolo ha nella cura del paesaggio: “Con la loro attività di semina oggi gli allevatori proteggono il territorio a livello idrogeologico, prevengono i rischi di incendi d’estate e d’inondazione d’inverno, puliscono terreni e cunette”. 
Per rendere chiaro l’impatto che una modifica del disciplinare avrebbe nel Lazio e nel Viterbese il presidente della Coldiretti snocciola un po’ di numeri: “Nella nostra regione ci sono 650 mila pecore, 300 mila di queste si trovano nella Tuscia. Dopo Sassari e Nuoro siamo la terza provincia in Italia per intensità di capi e quindi per produzione di latte. Il 97% del pecorino romano è prodotto in Sardegna ma anche nelle nostre zone stanno prendendo piede i caseifici: sono sempre di più gli allevatori interessati alla trasformazione del latte”. 
Secondo i calcoli delle associazioni di categoria, inoltre, una tolleranza del 10% significherebbe consentire l'utilizzo di 20 milioni di litri di latte non prodotto nel territorio: un’ipotesi assolutamente inaccettabile, dicono. 
Per la cronaca, il giro d'affari alla produzione del pecorino romano Dop è di circa 210 milioni di euro, che salgono a più di 500 milioni se si prende in considerazione anche la parte commerciale e l'export. Insomma, un caso aperto.