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Viterbo, bambino ucciso. La mamma di Matias è tornata a Vetralla

Valeria Terranova
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Dopo alcuni giorni trascorsi nel monastero benedettino, dove hanno ricevuto sostegno psicologico tramite i servizi sociali, la mamma e gli zii del piccolo Matias sono tornati a Vetralla e si sono trasferiti a casa della sorella di Mariola Rapaj e dello zio Marcello Ubaldi. Probabilmente troppo silenzioso il contesto monastico per loro. Un silenzio forse troppo assordante, che assomiglia al dolore che stanno vivendo per la tragica scomparsa del bimbo di appena 10 anni, assassinato il 16 novembre nell’appartamento in Stradone Fazi dal padre Mirko Tomkow, 44enne polacco, arrestato e ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato.

Una situazione drammatica per i familiari del piccolo, che stanno cercando di riprendere il controllo di loro stessi, per quanto possibile, e di raccogliere i cocci di una esistenza segnata da una tragedia inaspettata, con il supporto delle istituzioni e della comunità, ancora scossa per la morte di Matias. Quello che preme di più in questo momento alla mamma Mariola e agli zii è manifestare la propria riconoscenza alle suore benedettine per l’ospitalità, al sindaco Sandrino Aquilani e a Maurizio Farnese che non li hanno lasciati soli un attimo, attivando una catena di solidarietà che in questi giorni si è concretizzata anche con una raccolta fondi. L’iban messo a disposizione dal Comune, che patrocina l’iniziativa, e a cui si dovranno intestare bonifici e donazioni è: IT36T0893173350000040010756 aggiungendo come causale Aiuto Matias.

Intanto, Tomkow ha lasciato il reparto di medicina protetta dell’ospedale di Belcolle la sera del 22 novembre e nella stessa mattinata di lunedì scorso è stato interrogato dal gip Savina Poli e poi trasferito in un dipartimento speciale di isolamento del penitenziario di Mammagialla dov’è stato sorvegliato a vista dagli agenti della polizia penitenziaria per scongiurare ogni eventuale tentativo di suicidio. Tutti gli indizi emersi finora lo inchioderebbero e l’ipotesi più accreditata è quella di una vendetta premeditata nei confronti della moglie a causa del provvedimento emesso nei suoi confronti che gli impediva di avvicinarsi a lei e ai luoghi da lei frequentati. Intanto, per completare il quadro accusatorio degli inquirenti, mancano all’appello i risultati delle indagini scientifiche condotte dai Ris ed eseguite nell’appartamento, sull’arma del delitto e sul nastro adesivo utilizzato dal 44enne per imbavagliare il figlio e le conclusioni tratte dal medico legale che ha effettuato l’autopsia sul corpicino della vittima. Tutti tasselli che andranno a delineare la dinamica di un omicidio efferato che sarà difficilmente dimenticato.