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Viterbo, allarme a Civita di Bagnoregio. L'urbanista Giovanni Attili: "Devastata dal turismo di massa"

Mattia Ugolini
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Quasi tutta la politica, unita a una fetta non indifferente di opinione pubblica, non fa che tessere le lodi del modello di sviluppo attuato a Civita di Bagnoregio, dove si è arrivati a toccare e superare il milione di visitatori anche in epoca Covid nonostante le restrizioni. L’overtourism, peró, non convince tutti.  E’ il caso dell’urbanista Giovanni Attili, professore alla Sapienza, che sul fenomeno ha scritto il saggio “Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni”, presentato nei giorni scorsi all’Urban Center del Sacrario, contenente critiche, anche piuttosto dure, alla politica portata avanti negli ultimi anni dall’amministrazione locale. 

 

 

+“Civita - dice Attili - inizia a morire nel momento in cui nasce, gemando aggrappata a uno scoglio di tufo che si muove e si sgretola, facendo sprofondare nella valle dei Calanchi contrade, palazzi, cinte murarie, chiese. Il boato altro non è che qualcosa che si sente nel momento del dramma. Qualcosa piuttosto ricorrente per i civitonici”. Il rapporto del borgo con la morte, dunque, è intimo. Tuttavia, per l’autore, la morte sarebbe diventata oggi solo un mero souvenir: “Il turismo di Civita è quasi tanatoscopico, le persone vanno ad assistere al macabro spettacolo della fine, che non contiene più il dramma, ma è solo un’effige da fotografare. Civita è diventata un museo a cielo aperto a cui si accede pagando un biglietto di ingresso. Un involucro vuoto e imbalsamato che mette in vendita se stesso, un patrimonio che ha perso definitivamente la sua capacità di rigenerazione”.  Non manca un passaggio critico sulla candidatura a patrimonio Unesco: “Presenta dei rischi che l’amministrazione non sta valutando. Hanno fatto dell’iper-visibilizzazione del borgo il proprio mantra e la propria ossessione. Secondo me, ci sarebbe invece bisogno di politiche di de-visibilizzazione e di de-monumentalizzazione. La candidatura non puó diventare l’ennesimo strumento di marketing territoriale”. 

 


 

Attili si domanda per quanto tempo Civita potrà “rivendersi senza rigenerare ciò che vende”. L’approccio giusto, a suo giudizio, sarebbe invece quello di Astra Zarina, l’architetta e docente lettone emigrata negli Usa che si stabilì a Civita nel ’63 facendosi fautrice del ripopolamento del paese. Al suo lavoro è dedicato un intero capitolo: “Ogni sua azione è stata mossa da curiosità e ascolto. Ha lasciato un’impronta forte negli abitanti, oltre agli archivi del Civita Institute”. Zarina costruì una scuola residenziale che, per un trentennio, nei mesi estivi, ospitó studenti di architettura e urbanistica provenienti da alcune università americane. I quali, oltre ad alloggiare nelle case degli abitanti, vivevano la comunità. Attili elogia questa visione: “Le rovine si trasformarono in promesse gravide di futuro”. Oggi, però, la sua lezione è andata quasi totalmente perduta: “C’è solo - ribadisce l’urbanista - il violento fenomeno di overtourism che sta devastando il presente di Civita”. 
Il volume - con prefazione del filosofo Giorgio Agamben, che parla della perdita della capacità di abitare determinate zone - è in definitiva una presa di posizione forte e, se vogliamo, anche coraggiosa contro il modello acclamato da tutta la politica, e non solo, che evidentemente lo considera vincente solo sulla base del reddito materiale che produce.