Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Viterbo, morto suicida a Mammagialla il Regeni egiziano. L'inchiesta verso l'archiviazione

  • a
  • a
  • a

E’ stata già ribattezzata come la storia del Regeni egiziano. E’ la brutta storia fatta di presunti pestaggi, minacce e di un suicidio dai contorni mai ben chiariti che ha come teatro il carcere di Mammagialla che torna sotto le luci dei riflettori ancora una volta per una fatto di cronaca poco edificante. A portare alla ribalta il caso di Hassan Sharaf, ventenne egiziano morto impiccato in una cella del penitenziario viterbese il 23 luglio del 2018, è stato ieri, sabato 23 ottobre, Il Giornale che ha fatto un parallelismo con il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano assassinato in Egitto per il quale l’Italia chiede da anni, invano, giustizia. L’indagine sulla morte del giovane egiziano - secondo quanto riporta il quotidiano - è stata chiusa con una richiesta di archiviazione da parte della Procura di Viterbo. un esito contro il quale si è opposta un’associazione per i diritti umani egiziana. Ma l’udienza davanti al gip per discutere se riaprire il caso o invece inviare le carte in archivio è stata fissata addirittura a marzo del 2024.

 

Eppure sulla morte del ragazzo rimangono ancora troppi interrogativi stando al resoconto de Il Giornale. Secondo alcune testimonianze sarebbe deceduto dopo giorni di vessazioni, minacce e botte in carcere. C’è anche un video che testimonierebbe lo stato di profonda disperazione del giovane. Nel filmato il giovane si avvicina alle sbarre e poi si taglia davanti agli agenti penitenziari. Poco dopo un agente entra e lo scolpisce con violenza al corpo. Sono le 14,02 del 23 luglio e quelle sono le ultime immagini di Hassan Sharaf vivo. Quaranta minuti dopo gli agenti tornano verso la cella e lo trovano agonizzante appeno alla inferriata della finestra.
Il ragazzo era arrivato in Italia con un barcone ed era presto finiti nel giro della piccola delinquenza. Viene condannato due volte: una per un furto, l’altra per pochi grammi di hashish. Quando le pene diventano definitive viene richiuso, siamo nel luglio del 2017, a Mammagialla.  Finisce in carcere nonostante degli accertamenti clinici che parlano di uno stato di “deficit cognitivo” e di dipendenza. Il tutto certificato da dei medici romani. Nel penitenziario non avrebbe ricevuto le giuste cure. Nonostante quei certificati che hanno accompagnato il suo ingresso in carcere vede il primo psichiatra solo dopo 10 mesi.

 

Nel frattempo si scontra, o diventa il bersaglio, con gli agenti penitenziari più volte. Finisce nel loro mirino. Gli viene perquisita la cella  dopo una soffiata e finisce ancora una volta davanti al medico. Anche qui le versioni sono diverse. i gli agenti nel verbale dicono di averlo “afferrato per le braccia”, lui davanti al medico che lo visita dice di essere stato picchiato. Il risultato è un provvedimento del consiglio di disciplina: quindici giorni di isolamento che tuttavia, fa notare Il Giornale, non  vengono eseguiti prima di 5 mesi. Infatti, coincidenza, proprio in quei mesi a Mammagialla fa il suo ingresso il garante dei detenuti che raccoglie diversi  racconti di altre persone ristrette in carcere che avrebbero subito pestaggi.
Dossier che hanno fatto aprire diverse inchieste alla Procura e che finirà addirittura in un’inchiesta della commissione sulle carceri del Consiglio d’Europa che nel 2019 portò alla luce i presunti casi di maltrattamenti ai danni dei detenuti.
In ogni caso il 23 luglio del 2018 qualcuno decide di eseguire la sanzione mettendo Hassan in isolamento. C’è anche un certificato medico firmato da una dottoressa che accerta l’idoneità del ragazzo all’isolamento. “Era tranquillo e collaborativo” dicono gli agenti. ma i filmati citato da Il Giornale invece fanno vedere un ragazzo piuttosto agitato e disperato. Poco dopo si toglierà la vita.
Ma come detto per la Procura non ci sono elementi per incriminare nessuno ed ha chiesto l’archiviazione. Ma per decidere se le indagini vanno riaprite bisognerà attendere le calende greche.