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Viterbo, usura. Assolti l'ex magistrato e l'imprenditore di Magliano Sabina. La sentenza

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Assolto il notaio ed ex magistrato, 60enne romano, accusato di usura aggravata in concorso con un 62enne di Magliano Sabina, amministratore di una società di investimenti dell’Alta Tuscia, il quale invece è stato rinviato a giudizio. Il gup Giacomo Autizi ha accolto la richiesta di assoluzione per insufficienza di prove avanzata dal pubblico ministero Stefano D’Arma il 30 settembre scorso. A luglio, il professionista, che ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, si era difeso riferendo di essere anch’egli una vittima. Il 62enne, al contrario, aveva preferito procedere con il rito ordinario. Contro il proscioglimento del notaio si era battuto l’avvocato Angelo Di Silvio, difensore della parte civile, un imprenditore edile, originario della provincia di Roma, la cui società è andata in fallimento ad agosto 2017. Il legale del costruttore, nel corso dell’udienza preliminare aveva chiesto in favore del proprio assistito un risarcimento di 4 milioni, in quanto sarebbe stato depredato di numerosi beni, tra cui 19 appartamenti, 12 autorimesse, 2 depositi e una villa in Sardegna.

 

Secondo il quadro accusatorio, il notaio sarebbe stato il legale rappresentante della società, mentre il 62enne di Magliano Sabina, unico ad essere rimasto in ballo, avrebbe ricoperto il ruolo di vice presidente, e successivamente ne divenne amministratore unico. La vittima si sarebbe rivolta nel 2008 alla società finanziaria gestita dai due, che aveva la propria sede legale presso lo studio di un commercialista viterbese, con l’intento di acquisire della liquidità allo scopo di portare a termine alcuni lavori che aveva intrapreso, tra i quali la realizzazione di un immenso complesso residenziale. Tra i tre protagonisti della vicenda sarebbero stati stipulati diversi contratti di finanziamento in favore dell’impresa edile, che comprendevano tassi d’ interesse che andavano ben oltre i limiti della soglia (maggiori del 50 per cento), previsti in materia di usura.

 

 

Dalle verifiche tecniche effettuate dal consulente nominato dalla pubblica accusa, sarebbe emerso che tali finanziamenti richiesti dal costruttore sarebbero stati elargiti soltanto dopo la cessione delle quote societarie di maggioranza, le quali avrebbero poi consentito all’imprenditore di entrare a far parte della società. Il 62enne, in qualità di amministratore unico, avrebbe deviato parte del patrimonio societario su altre organizzazioni a lui riferibili, e con il fallimento della società dichiarato nel 2017, si estinse anche l’ingente patrimonio che apparteneva all’imprenditore edile.