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Viterbo, usura. Chiesta assoluzione per ex magistrato e imprenditore di Magliano Sabina

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Chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove per un 60enne romano, ex notaio ed ex magistrato, accusato di usura aggravata in concorso con un 62enne di Magliano Sabina, amministratore di una società di investimenti dell’Alta Tuscia. La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei due indagati era stata avanzata dal pubblico ministero Stefano D’Arma, titolare delle indagini, che nella mattinata di ieri ha depositato una memoria, mentre il legale di parte civile, l’avvocato Angelo Di Silvio, si è battuto per circa due ore davanti al gip Giacomo Autizi. 

 

Questa la storia: a finire nella presunta ragnatela tessuta dai due coimputati un imprenditore edile, della provincia di Roma, in difficoltà, per il quale il difensore, in occasione dell’udienza preliminare aveva chiesto un risarcimento di 4 milioni. Durante la scorsa udienza nel rendere la propria deposizione, il professionista si sarebbe dichiarato estraneo ai fatti contestati, affermando di essere anch’egli una vittima. Stando alle ipotesi accusatorie, il notaio figurava come legale rappresentante della società. Il 62enne ne era invece il vice presidente, e successivamente ricoprì il ruolo di amministratore unico. La vittima si sarebbe rivolta nel 2008 alla società finanziaria con sede legale presso lo studio di un commercialista viterbese, per acquisire della liquidità al fine di ultimare alcuni lavori che aveva intrapreso, tra i quali la realizzazione di un grande complesso residenziale. 

 

Tra i protagonisti della vicenda sarebbero stati stipulati diversi contratti con tassi d’interesse che andavano ben oltre i limiti della soglia (più del 50 per cento), previsti in materia di usura. Dagli accertamenti tecnici curati dal consulente nominato dalla pubblica accusa, risulterebbe che tali finanziamenti richiesti dal costruttore sarebbero stati concessi soltanto dopo la cessione delle quote societarie di maggioranza che avrebbero poi consentito di entrare a far parte della società. Il 62enne, in qualità di amministratore unico, avrebbe dirottato parte del patrimonio societario su altre organizzazioni a lui riconducibili, e con il fallimento della società nel 2017, si estinse anche il patrimonio che apparteneva all’imprenditore edile. La vittima, dunque, sarebbe stata spogliata di numerosi beni, tra cui 19 appartamenti, 12 autorimesse e una villa in Sardegna. L’arringa della difesa invece è attesa all’udienza fissata al 7 ottobre.