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Viterbo, prostitute sulla Flaminia a Civita Castellana. A processo i protettori e l'autista di Corchiano

Valeria Terranova
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È ripreso mercoledì il processo ai quattro componenti di una presunta banda dedita allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione tra la Tuscia e la Toscana. Sul banco degli imputati sono finiti tre romeni, due uomini e una donna, tutti trentenni, insieme a un sessantenne residente nel Viterbese.  Stando alle indagini coordinate dal pm Massimiliano Siddi, che si conclusero nel 2015, le ragazze venivano reclutate dall’est Europa per poi lavorare come squillo una volta arrivate in Italia. A dare inizio all’inchiesta furono le confessioni rese da una giovane prostituta che decise di spifferare agli inquirenti la sua storia, riferendo loro di essere stata assoldata dal gruppo in Romania e di essere stata iniziata al lavoro più vecchio del mondo non appena giunta nel Bel paese nel settembre del 2009. La banda era attiva nel viterbese e ad Arezzo, dove è ancora in corso un altro procedimento parallelo.

Le giovani donne obbligate ad appostarsi nei paraggi del chilometro 48 e 51 della Flaminia, poco distanti da Civita Castellana e a Corchiano, paesino di cui è originario il 60enne che faceva da autista e vedetta alle lucciole in cambio di sesso, dovevano corrispondere al giorno metà dei proventi ai propri sfruttatori. Da quanto emerso finora, i membri della banda inoltre dovettero scontrarsi con la concorrenza africana e albanese in entrambi i territori nei quali intendeva radicarsi. L’8 settembre in aula è stata sentita la traduttrice, incaricata di decifrare le conversazioni tratte dalle intercettazioni, la quale suo malgrado non è riuscita a ricondurre le voci a ciascuno degli imputati.

 

L’esperta ha concluso la propria deposizione precisando che i protagonisti che interloquivano nelle captazioni non utilizzavano un linguaggio usuale, ma piuttosto un gergo “di strada”, difficilmente interpretabile e di aver esaminato più di 100 telefonate. Nel corso della stessa seduta, il difensore di uno dei coimputati ha chiesto al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini la riunione dei procedimenti a carico del proprio assistito e di poter visionare le trascrizioni per avere contezza di quanto dichiarato dai testimoni già sentiti. A questo proposito, la scorsa primavera, ha testimoniato un ufficiale dell’Arma che prese parte alle indagini. “I soggetti chiamavano al telefono le ragazze alle quali suggerivano che comportamento tenere per adescare i clienti – ha spiegato il carabiniere-. Le lucciole erano obbligate ad avere rapporti anche nel periodo mestruale e se occorreva ricorrevano a minacce e botte. Avevano tutto sotto controllo e monitoravano anche la contabilità”.