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Viterbo, rave illegale. Si ridimensiona la conta dei danni

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Si è parlato di cani morti, che, al seguito dei loro giovani e scalmanati padroni, sarebbero stati lasciati per ore sotto il sole e senza acqua. Falso: i veterinari che hanno ispezionato l’area dopo lo sgombero hanno constatato solo la presenza di qualche carcassa di pecora (nella zona insistono vari allevamenti). Si sono denunciati danni ambientali di ogni tipo. Falso: sabato, in mezza mattinata, i cumuli di rifiuti, peraltro radunati dagli stessi partecipanti all’evento, sono stati rimossi. Si è scritto di due morti e invece ce n’è stato solo uno. Si è detto di due stupri, ma di essi non c’è traccia in nessun ospedale tra Viterbo e Grosseto. Al momento c’è solo una segnalazione alle forze dell’ordine da parte di una presunta vittima, a cui, però, non ha fatto seguito alcuna denuncia. Ancora: sono stati lamentati sui social furti nei negozi, ma anche in questo caso, fino ad ora, non sono arrivate denunce. E infine il pericolo contagi Covid: inesistente secondo la Asl, dato che, grazie al cordone delle forze dell’ordine, non è stato accertato alcun contatto con le popolazioni locali.

 

 

Si ridimensiona, dunque, secondo i dati ufficiali forniti dalle autorità (Asl, Procura e forze dell’ordine), la conta dei presunti danni causati nella zona di Valentano dai partecipanti al rave party sul lago di Mezzano. Discorso a sé meritano quelli per i quali Piero Camilli, il proprietario dei terreni, ha annunciato di aver dato mandato ai propri avvocati di presentare denunce. Denunce che, tuttavia, anche qui non ci sono ancora: ad oggi, in Procura, l’unico fascicolo aperto è quello relativo alla morte di Gianluca Santiago.  A ben vedere è stato proprio da questo momento in poi che sono andati in tilt i social e i mezzi di comunicazione. Tutto è nato da un post pubblicato mercoledì sera da uno dei partecipanti al raduno: “Ragazzi, c’è stato il secondo morto. Restate a casa, forse si chiude prima”. Un sito lo ha intercettato e rilanciato: “Secondo morto al rave di Valentano”. Verifiche? Impossibili: occorreva non perdere terreno e dunque altri siti hanno optano per il ri-rilancio. Poche ore e il secondo morto era dato per certo. Non si sapeva bene se la presunta vittima fosse deceduta per overdose oppure per arresto cardio-circolatorio (tutte info che viaggiavano sui social e che venivano prontamente rilanciate). Mancava il cadavere, ma per diverse ore, questo è stato un dettaglio secondario. Il morto era così reale che le forze dell’ordine, nel dubbio, hanno fatto il giro degli obitori e degli ospedali sparsi tra la Maremma e la Toscana per sentirsi dire che deceduti legati al rave non c’erano.

 

 

C’erano, è vero, alcuni squilibrati ubriachi che hanno rischiato la vita per coma etilico, ma di morti niente di niente. A quel punto, le autorità si sono sentite di assicurare, se interpellate, che di morto c’era solo Gianluca Santiago, il 28enne di Reggio Emilia recuperato in fondo al lago dai sommozzatori dei vigili del fuoco la mattina di Ferragosto. Fa nulla. Dettaglio trascurabile. Nessuna smentita. E bastato però un giorno per tornare a parlare di “un morto al rave di Valentano” senza chiarire che il secondo, dato per certo, invece non c’era. C’è poi il capitolo “gestione”. Tutti o quasi hanno chiesto a muso duro di sgombrare l’area. Ma come? C’era un solo modo per poterlo fare: la forza. Se fosse accaduto, allora sì che, forse, oggi si parlerebbe di morti e di contagi a causa del fuggi-fuggi dei ragazzi. Valentano rischiava di surclassare il ricordo del G8 di Genova. Il questore, su indicazione del ministero dell’interno, ha scelto la strada del dialogo. I ragazzi sono stati monitorati, controllati a vista sia durante il rave che il deflusso. Tanto che la Asl, al termine di un summit con i sindaci della zona, ha come detto chiarito: “Nessun contatto tra i partecipanti al rave e la popolazione, tale da far temere nuovi contagi”. Ed ecco smentita l’ennesima falsità: il pericolo di focolai lasciati in eredità alla Tuscia. Se focolai scaturiranno, è più probabile che si registrino nelle città di provenienza dei giovani, piuttosto che nel Viterbese. Ultimo ma non ultimo capitolo: il rave poteva essere fermato prima ancora di iniziare? Certamente, succede spesso, per fortuna, che la polizia postale intercetti comunicazioni e coordinate prima che il raduno abbia inizio. In questo caso, però, l’organizzazione non era solo italiana ma soprattutto di altri Paesi europei, in primo luogo la Francia. Eccolo il problema: quello che i ragazzi riescono a organizzare con un clic in ambito europeo, non avviene quando a dover fare clic sono le autorità di uno dei Paesi membri dell’Ue. Mancano i riferimenti normativi europei o di sicuro sono insufficienti. Di questo dovrebbero occuparsi i politici che per cinque giorni hanno chiesto: “Sgombrare l’area”.