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Viterbo, archeologia subacquea al Lago di Bolsena: emerge una figura in bronzo

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Proseguono, ad opera del Servizio di archeologia subacquea della Soprintendenza archeologica, le attività di ricerca finalizzate all’individuazione e alla migliore conoscenza dell’area occupata dall’insediamento protostorico sommerso del Gran Carro. Per la prima volta è stata indagata una porzione dell’Aiola, l’accumulo monumentale di pietre di cui ancora non si conosceva la funzione, posizionata poco più a nord della nota palafitta della prima età del Ferro. A una prima analisi dei dati, dovrebbe trattarsi di un’area dedicata al culto all’aperto formatosi nel tempo, probabilmente da un nucleo centrale più antico che mano mano si è espanso proprio per la natura dei riti che venivano eseguiti e che prevedevano l’accensione di fuochi nella parte superiore, dove la superficie è piana, e il seppellimento di offerte di cibo combusto in vasi biconici coperti da scodelle nelle parti più scoscese sui lati del tumulo, che è risultato solo ricoperto di pietre e formato essenzialmente da strati di cenere, carbone e terreno.

 

Tra gli oggetti rinvenuti, certamente da un livello della prima età del Ferro, emerge un busto di una figurina di bronzo fusa che si inserisce eccezionalmente nello scarso patrimonio finora conosciuto della plastica figurativa protostorica dell’Etruria. Ancora tutta da interpretare la posizione di questo personaggio con corpo e copricapo scanalato, che tiene nelle mani poste al termine delle esili braccia, due oggetti circolari forati dei quali è ancora incerta la connessione con le espansioni laterali del copricapo. Questo presenta un viso e soprattutto una resa degli occhi molto simile ad alcuni bronzetti sardi, con richiami iconografici anche nel geometrico greco, tuttavia l’incredibile importanza del rinvenimento risiede proprio nella sua unicità nel panorama della plastica figurativa villanoviana.

 

La località del Gran Carro, scoperta nel 1959 dall’ingegnere Alessandro Fioravanti durante una ricerca subacquea nel lago di Bolsena, trae il proprio nome dalla trascorsa abbondanza di granchi di fiume nelle sue acque; a seguito di un’ipercorrezione fonetica si è generato il nome dell'insediamento Gran Carro, equivocando sulla presenza nelle vicinanze di un antico tracciato stradale semi-sommerso inciso dai profondi solchi lasciati dal passaggio dei carri, detti rotate. Le indagini hanno progredito tra un succedersi di ritrovamenti e ipotesi che, mentre smentivano quelli precedenti, aprivano la strada a nuove interpretazioni. A parziale spiegazione di queste incertezze, oltre alla novità dell’ambiente di lavoro (sott’acqua), sta il fatto che il team di ricerca era guidato da un ingegnere minerario ed era composto da maestri, studenti, periti, agricoltori, tutti volontari. I primi archeologi ufficiali hanno fornito il loro contributo a partire dal 1980.