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Viterbo, no vax. Ultimatum della Asl agli operatori che rifiutano il siero. La lettera

Massimiliano Conti
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Stanno arrivando in questi giorni le lettere di “precettazione” con cui la Asl di Viterbo intima agli operatori sanitari della provincia di sottoporsi al vaccino anticovid. “La mancata presentazione nella data e nel luogo indicati – si legge nelle missive spedite dal dipartimento di prevenzione – comporta l'accertamento a cura di questa azienda dell'inosservanza dell'obbligo vaccinale che verrà comunicato al suo datore di lavoro e all'eventuale ordine di appartenenza, con conseguente sospensione del diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV.2”. 

 

D'intesa con la Regione Lazio, l'azienda sanitaria viterbese ha quindi scelto la linea dura contro medici e infermieri no vax, che nella Tuscia secondo stime sindacali sono circa un centinaio e che vengono stanati tramite la consultazione dell'anagrafe vaccinale regionale nonché della banca dati dei sistemi di prenotazione. Chi non si vaccina è fuori dal servizio. Si tratta in molti casi di personale, come si legge sempre nella lettera del dipartimento di prevenzione, già invitato formalmente con precedenti comunicazioni a produrre, entro e non oltre 5 giorni dalla ricezione dell'invito, la documentazione attestante la vaccinazione o quella giustificativa dell'omissione dell'obbligo (magari per presenza di patologie) o del suo differimento.  Per il sindacato infermieristico Nursing Up quello della Asl di Viterbo rappresenta tuttavia un abuso, che violerebbe prima di tutto le norme sulla privacy. Il segretario provinciale Mario Perazzoni parla di “esasperata caccia al non vaccinato” e “di penetrante intrusione da parte della Asl, consistente in mail inoltrate al personale sanitario e socio-sanitario, di tipo intimidatorio e catastrofico, nelle quali si dispone che ogni singolo lavoratore fornisca i propri dati personali e prenoti necessariamente la vaccinazione”. “Intanto questo tipo di controlli spetta alla Regione e non alla Asl. Ciò premesso, esiste una lista di operatori non vaccinati? E quanti hanno accesso a questa lista, in barba alla privacy? I lavoratori che hanno ricevuto o non ricevuto la somministrazione del vaccino Pfizer, non dovrebbero essere noti”, afferma Perazzoni, che ricorda come non sia consentito “al datore di lavoro raccogliere, direttamente dagli interessati, tramite il medico competente o direttore generale, altri professionisti sanitari o strutture sanitarie, informazioni in merito a tutti gli aspetti relativi alla vaccinazione, ivi compresa l’intenzione o meno della lavoratrice e del lavoratore di aderire alla campagna di vaccinazione anti Covid-19, all'avvenuta somministrazione (o meno) del vaccino e ad altri dati relativi alle condizioni di salute del lavoratore”.

 

 

“In ogni caso – è sempre il segretario del Nursing Up a parlare - gli ambienti selezionati per la somministrazione del vaccino dovranno avere caratteristiche tali da evitare per quanto possibile di conoscere, da parte di colleghi o di terzi, l’identità dei dipendenti che hanno scelto di aderire alla campagna vaccinale. Nei luoghi prescelti dovrebbero essere pertanto adottate misure volte a garantire la riservatezza e la dignità del lavoratore, anche nella fase immediatamente successiva alla vaccinazione, prevenendo l’ingiustificata circolazione di informazioni nel contesto lavorativo o comportamenti ispirati a mera curiosità”.
Infine Perazzoni ricorda alla Asl come costituisca “un falso ideologico asserire che il vaccinato non trasmette il virus, in quanto il report pubblicato dal Cts del ministero della Salute stabilisce che 'il vaccinato deve essere considerato alla stregua di un non vaccinato e che il vaccinato continua a diffondere il virus perché il vaccino non impedisce per nulla il contagio'”.