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Viterbo, licenziamenti. "Le piccole imprese non li vogliono fare". Lo studio di Ferderlazio

Alessandro Quami
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Un 2020 assolutamente da dimenticare per le piccole imprese, ma il 2021 è partito meglio e si prevedono buoni livelli di produzione e di occupazione. Infatti, una netta maggioranza di piccoli e medi imprenditori della provincia non prevede conseguenze negative sulla propria forza lavoro aziendale, una volta revocato il blocco dei licenziamenti. È questo in sintesi il risultato dell’indagine che la Federlazio ha condotto sull’impatto della pandemia sulle imprese, concentrando l’attenzione sull’attività e la struttura produttiva e organizzativa delle aziende nel 2020. La rilevazione, condotta su un campione regionale di 500 pmi (piccole e medie imprese), di cui 50 della provincia di Viterbo, ha preso in esame il periodo gennaio-dicembre, relativamente all’andamento dei principali indicatori dei risultati aziendali.

 

Il primo semestre del 2020 è stato il più duro in termini di produzione, a causa della brusca frenata degli ordinativi sia italiani che esteri, mentre nella seconda metà dell’anno le pmi provinciali sono riuscite in parte a recuperare: circa un quarto delle aziende intervistate ha mantenuto inalterati i livelli produttivi del 2019 e il 19,4% ha contenuto le perdite sotto il 10%. Per il 9,7%, la contrazione ha superato il 50%; accanto a un 22,6% di risposte secondo cui si è attestata tra il 30% e il 50%. Invece, il 16,1% ha subito perdite tra il 10% e il 30% (nei primi otto mesi del 2020 erano stati il 36,3%). Rispetto agli ordini di acquisti, nel 2020 il 21,2% del campione intervistato ha subìto una contrazione della domanda di oltre la metà rispetto al 2019. Il 9,1% delle aziende ha avuto un calo degli ordini tra il 30% e il 50%, mentre è del 24,2 la percentuale di chi ha evidenziato perdite tra il 10% e il 30%. Il tutto si è riverberato in negativo sui ricavi: si evidenzia il 18,8% di pmi con perdite oltre il 50%; accanto a un 20,8% con una contrazione tra il 10% e il 30%, e un 22,9% di risposte con risultati negativi fino al 10%. Da qui è stato necessario l’utilizzo degli ammortizzatori sociali offerti dal governo.

 

La cassa integrazione guadagni è stata scelta dall’88% di imprenditori. Una più dettagliata analisi di questo dato mette in evidenza che nel 72,7% dei casi la cig ha riguardato oltre metà degli addetti; per il 20,5% ha coinvolto fino alla metà dell’organico aziendale e per il 6,8% meno di un quinto dei lavoratori. Per il 68,2% delle pmi, la cassa integrazione è durata da 1 a 3 mesi; per il 9,1% da 3 a 6 mesi e nel 22,7% dei casi, è andata oltre 6 mesi. In ogni modo, attualmente il 76% delle piccole e medie imprese del campione non ha più dipendenti in cassa integrazione. Un fattore importante è legato alla revoca del blocco dei licenziamenti: il dato positivo è che per il 62% degli imprenditori intervistati, nei prossimi mesi non è prevista alcuna riduzione della forza lavoro. L’impatto dell’eventuale sblocco dei licenziamenti non è drammatico e la riduzione di personale potrebbe verificarsi in misura leggera nel 16% dei casi e solo per il 10% di entità significativa. Insomma, ci sono buone speranze per il futuro: rispetto allo stesso periodo del 2020, l’inizio dell’anno in corso vede il 26,5% di aziende convinte che ci saranno aumenti della produzione fino al 10%; per il 5,9% i livelli saliranno tra il 10% e il 30%; per il 2,9% del 30%-50%.