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Viterbo, caporalato nelle pompe di benzina. Le vittime potrebbero essere di più

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Valeria Terranova
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Potrebbero essere molti di più i dipendenti sfruttati dai due gestori di una decina di impianti di carburante Ewa dislocati tra Viterbo e provincia, ai domiciliari da venerdì 18 giugno. Dunque non è escluso che, da 13, il numero delle vittime possa lievitare. Stando alle indagini, i lavoratori, tutti immigrati regolari e in possesso di contratti part time, erano obbligati a sostenere turni di lavoro massacranti, 7 giorni su 7. Intanto, il 24 giugno presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su delega del gip Savina Poli, si è svolto l’interrogatorio di Charles Salzillo, 28enne e figlio di Vincenzo Salzillo, 63enne, entrambi titolari delle stazioni di servizio e datori di lavoro delle 13 vittime finora accertate, attualmente si trovano ristretti ai domiciliari nella loro abitazione a Caserta.

 

“Il nostro assistito ha fornito la sua spiegazione dei fatti rispetto a quella che è la contestazione – ha riferito l’avvocato Silvio Ciniglio, assistente del professore e avvocato Andrea Castaldo, che rappresenta i due indagati-. Ci auguriamo che le dichiarazioni rese possano essere utili al gip per fare luce sulla vicenda ed eventualmente che possa pronunciarsi in merito a una modifica della misura cautelare in corso e valutare di alleggerirla”. Il legale ha, inoltre, spiegato che per motivi procedurali e per una questione processuale, secondo quanto previsto tra l’altro dal codice di procedura penale, in questa fase non era previsto l’interrogatorio di Vincenzo Salzillo. “Speriamo di chiarire il tutto quanto prima possibile nell’interesse dei nostri assistiti” ha concluso il legale anche a nome del titolare della difesa. Come già anticipato nel corso della conferenza stampa di giovedì scorso, le indagini coordinate dal pm Massimiliano Siddi e condotte dalla squadra mobile di Viterbo proseguono e potrebbero riservare ulteriori sviluppi.

 

L’operazione ‘Petrol Station’ si è conclusa dopo due anni con l’arresto dei due indagati, padre e figlio, responsabili in concorso di sfruttamento del lavoro, anche detto “caporalato”, e di intermediazione illecita nei confronti di 13 dipendenti che, secondo quanto riferito dal dirigente Alessandro Tundo, a capo della mobile, venivano reclutati dai due referenti con il passaparola o ingaggiati all’ingresso di esercizi commerciali, dove in molti erano soliti chiedere l’elemosina. Nel prosieguo delle investigazioni è venuta a galla una situazione di sfruttamento palese. I dipendenti, infatti, ascoltati in qualità di persone a conoscenza dei fatti e in quanto vittime, hanno riferito dei costanti soprusi subiti per necessità. Nonostante fossero assunti con regolari contratti part time, in realtà percepivano una retribuzione esigua. In particolare, gli approfondimenti effettuati hanno consentito di verificare degli ammanchi consistenti sugli stipendi, che si aggiravano intorno ai 200 e i 100 euro. I due indagati, da quanto risulta, giustificavano la decurtazione di tali somme adducendo pretesti aleatori Ai lavoratori venivano messi a disposizione degli alloggi fatiscenti, precari, al cui interno vi erano elettrodomestici danneggiati e non completamente funzionanti.