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Viterbo, caporalato nelle pompe di benzina. Ecco chi sono i due arrestati di sfruttare 13 stranieri

Valeria Terranova
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Padre e figlio, gestori di alcuni distributori di carburanti tra Viterbo e provincia, sono finiti ai domiciliari per caporalato nei confronti di 13 dipendenti stranieri. Si tratta si Vincenzo Salzillo, 60 anni, e di Charles Salvatore Maria Salzillo, 28 anni, titolari di una decina di pompe di benzina in città, a Montefiascone, Tarquinia e Canepina.

 

 

Ieri mattina, giovedì 24 giugno, durante la conferenza stampa, il procuratore Paolo Auriemma, il questore Giancarlo Sant’Elia, il pubblico ministero Massimiliano Siddi e il nuovo dirigente della squadra mobile Alessandro Tundo, hanno spiegato in cosa è consistita l’operazione denominata “Petrol Station” conclusasi solo in parte la scorsa settimana. “L’inchiesta si è sviluppata nel tempo e ha portato a due arresti domiciliari nei confronti di due soggetti che gestivano alcune stazioni di servizio afferenti a una società attiva nel settore del commercio di carburanti. Alcuni lavoratori sono stati posti in condizioni di sudditanza. Una situazione molto grave ed è stato provvidenziale avere avuto del tempo a disposizione per svolgere tutte le verifiche del caso - ha dichiarato Auriemma -. A questi soggetti già in precedenza era stato dato un avvertimento. Il titolare ha violato la sospensione dell’esercizio delle funzioni disposta nei suoi confronti, continuando a controllare i lavoratori e a porli in una condizione di sottomissione. La Procura, unitamente alle forze di polizia, proseguirà negli accertamenti. E’ senz’altro un risultato rilevante riconosciuto anche dal gip Savina Poli, che ha emesso la misura cautelare che è stata poi eseguita”.

 

 

In seguito la parola è passata al questore Giancarlo Sant’Elia, il quale ha ricordato che le investigazioni sono partite nel novembre del 2019. “Nell’immaginario collettivo quando si tratta di sfruttamento del lavoro si pensa sempre all’agricoltura e a determinate regioni, ma questo reato invece si estende ad ambiti diversi”, ha chiosato Sant’Elia al termine del proprio intervento. Alessandro Tundo, insediatosi da poche settimane, e alla sua prima conferenza stampa, è sceso nei dettagli descrivendo l’intero contesto. “Devo molto a Gian Fabrizio Moschini (suo predecessore ndr), in quanto ha avuto l’intuizione di capire l’enorme potenzialità che questa indagine avrebbe potuto riservare. Dopo servizi di appostamenti e osservazione abbiamo sentito i vari dipendenti, tutti originari dell’Africa sud-orientale, in regola con i permessi di soggiorno - ha riferito il dirigente -. Venivano reclutati dai due indagati tramite il passaparola o assoldati all’ingresso di esercizi commerciali dove erano soliti chiedere l’elemosina. Man mano è emersa una condizione oggettiva di sfruttamento. I dipendenti, nonostante avessero contratti part-time in regola, percepivano una retribuzione esigua. In alcuni casi venivano ospitati addirittura in alloggi di fortuna ubicati in prossimità dei distributori. Non solo: i due indagati li monitoravano sistematicamente, obbligandoli a immortalare e a inviare loro foto per attestare la propria presenza sul posto di lavoro”.