Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Viterbo, spacciava agli arresti domiciliari. Condanna definitiva per un 38enne

V. T.
  • a
  • a
  • a

La Cassazione non ha accolto il ricorso presentato dal legale del 38enne che il 3 giugno del 2019 venne condannato in primo grado a un anno, 5 mesi e 23 giorni di reclusione e al pagamento di una multa di 2.220 euro dopo essere stato beccato a spacciare nel parcheggio del McDonald, nel quartiere Villanova. I fatti risalgono al 9 maggio di due anni fa, quando i carabinieri del nucleo radiomobile sorpresero l’uomo, già noto alle forze dell’ordine e alle cronache, intento a cedere 5 dosi di cocaina per un quantitativo totale di 4 grammi di sostanza stupefacente a un ragazzo viterbese, che fu poi segnalato in Prefettura. Tuttavia, il giovane era già finito in manette nell’ottobre precedente, beccato dai militari mentre spacciava dalla propria abitazione, dove stava scontando gli arresti domiciliari. In quella circostanza a tradirlo fu il continuo andirivieni di acquirenti e l’accusa sostenne che proprio in quell’occasione cedette 3 dosi (una ciascuno) ad altrettanti assuntori. Il 17 aprile seguente il 38enne fu condannato a un anno e 8 mesi e successivamente fu rimesso in libertà dopo sei mesi trascorsi ai domiciliari.


Nelle fasi finali del procedimento più recente a carico dell’uomo, le richieste avanzate dal difensore, l’avvocato Remigio Sicilia, permisero di arrivare all’ottenimento della decurtazione di un terzo della pena e il riconoscimento della continuazione. In seguito, la difesa presentò il ricorso alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento della sentenza emessa dal Tribunale di Viterbo.

 

In particolare l’impugnazione da parte del difensore riguardava dei “vizi della motivazione in relazione alla valutazione dell’attendibilità delle dichiarazioni accusatorie rese dall’acquirente” e pertanto a marzo scorso, ha depositato una “dichiarazione in autocertificazione” che riporta la firma dell’assuntore nella quale afferma di essersi messo in contatto con l’uomo e di aver saputo che quest'ultimo, anche a causa delle dichiarazioni da lui rese ai carabinieri a maggio 2019, era stato condannato e di non avere la certezza che l'utenza telefonica, tramite la quale i due si accordavano per lo scambio della sostanza durante in quel periodo, potesse riferirsi allo stesso 38enne. Nonostante le argomentazioni difensive, la Cassazione lo ha definito “inammissibile”.