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Viterbo, armi clandestine. I fratelli Pira patteggiano le pene e tornano liberi

V. T.
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Il collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei ha accolto l’istanza di patteggiamento avanzata dai difensori di Paolo e Marco Pira, gli allevatori di ovini d’origine sarda, residenti a Farnese, che furono arrestati il 12 dicembre dello scorso anno con l’accusa di possesso illecito di armi. I due fratelli, difesi dagli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli, finirono entrambi in manette dopo che gli investigatori, nel corso di una perquisizione, rinvennero in un ovile di loro proprietà un fucile con la matricola abrasa, detenuto illegalmente, con dentro due cartucce; una pistola e, contestualmente, furono ritrovate altre otto munizioni all’interno delle rispettive auto. Durante la scorsa udienza tenutasi due settimane fa, il pubblico ministero Massimiliano Siddi ha chiesto il giudizio immediato per i due fratelli,  reclusi nei penitenziari di Civitavecchia e di Velletri.

 

I legali dei due fratelli, invece, hanno avanzato un’istanza di patteggiamento: la pena per Paolo Pira è di 35 mesi e 20 giorni, e una multa di 8 mila euro; per Marco Pira è di 18 mesi, una multa di 5 mila euro con sospensione della pena. Inoltre, a proposito della richiesta di revoca della misura di custodia cautelare in carcere promossa dalle difese, anche su questo i giudici si sono espressi favorevolmente. Dunque, Marco e Paolo Pira sono liberi. Tuttavia, come ha riferito l’avvocato Picchiarelli, legale di Paolo Pira, il proprio assistito è sottoposto all’obbligo di dimora.

 

 

Secondo l’impianto accusatorio formulato dal pm Massimiliano Siddi, che coordinò le indagini condotte dai carabinieri, il fucile sarebbe servito ai Pira per compiere due rapine: la prima a danno di una coppia facoltosa del posto, e la seconda nei confronti di un uomo di Montefiascone. Stando alle ipotesi della Procura, i due fratelli erano convinti che nelle abitazioni delle potenziali vittime avrebbero trovato migliaia di euro di cui potersi impossessare mettendo a segno i colpi. Tesi a cui le difese si opposero sin dall’inizio, sostenendo invece che il fucile, di cui soltanto Marco Pira sarebbe stato a conoscenza, serviva agli allevatori per proteggere il bestiame da probabili attacchi da parte di lupi.