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Viterbo, minacce a ristoratore. Entra nel vivo il processo ai fratelli Rebeshi accusati di estorsione con il metodo mafioso

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Ieri, venerdì 11 giugno, hanno sfilato i primi testimoni chiamati a deporre al processo a carico dei due fratelli albanesi David e Ismail Rebeshi. I due imputati sono rappresentati dall’avvocato Roberto Afeltra e hanno scelto di essere giudicati con rito ordinario a Viterbo, a seguito del rinvio a giudizio disposto dal gup del Tribunale di Roma per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Durante l’udienza, tenutasi in mattinata presso il carcere di Mammagialla, sono stati sentiti quattro testi, citati dal pubblico ministero Fabrizio Tucci, titolare del fascicolo.

 

“Sono molto soddisfatto di ciò che è emerso nel corso della seduta e di come è stato ricostruito il contesto da parte dell’operante che ha deposto - ha affermato il difensore -. Venerdì prossimo sentiremo altre due persone e poi toccherà agli imputati raccontare la propria versione dei fatti, in occasione del loro interrogatorio. Tuttavia, a mio parere, questo procedimento ricalca il processo di Roma. Devo dire, però, che dalle testimonianze di oggi Ismail ne è uscito molto bene. Poi relativamente ai vari contrasti tra le dichiarazioni e, certamente, anche in merito al reato e alle aggravanti contestate, ci sarà tempo per parlarne in sede di discussione”. 

A febbraio scorso, solo una delle presunte vittime si costituì parte civile. Si tratta di un ristoratore cinquantenne, residente in provincia, il quale circa due anni fa, insieme a un altro imprenditore, titolare di una auto concessionaria, sarebbe stato vittima di estorsione da parte di David Rebeshi e tre connazionali, impegnati nel recupero crediti per fare cassa, in modo da far fronte alle spese legali del boss Ismail Rebeshi. Nonostante il trentenne fosse già detenuto in regime di 41 bis, secondo le accuse avrebbe continuato a gestire i propri affari direttamente dal penitenziario di Cuneo, dove è tuttora recluso. Dunque, stando alle ipotesi accusatorie, David Rebeshi sarebbe l’esecutore materiale delle azioni delittuose messe in atto con l’aiuto dei conterranei, mentre il fratello sarebbe il vero mandante. La vicenda risale al periodo successivo alla conclusione dell’operazione Erostrato, portata a termine con un maxiblitz dai carabinieri del nucleo investigativo, a seguito della quale finirono in manette i componenti del sodalizio criminale retto da Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, condannati in appello, solo pochi giorni fa, rispettivamente a 10 anni e 11 mesi e 12 anni e 9 mesi. Mentre Ismail Rebeshi era da tempo dietro le sbarre del carcere duro, il fratello David e i complici cercarono di racimolare denaro, pretendendolo dalle due presunte parti offese, una delle quali si rivolse alle forze dell’ordine confessando quello che stava succedendo. Il dibattimento riprenderà il prossimo 18 giugno.