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Viterbo, arsenico nell'acqua. I Comuni contro la Regione “Mai avuto un euro per i depuratori”

Massimiliano Conti
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Non ci stanno a fare da capri espiatori per responsabilità che competono prima di tutto alla Regione Lazio, i sindaci dei sei comuni della Tuscia costati all’Italia il deferimento alla Corte di giustizia da parte della Commissione europea per il superamento dei limiti di arsenico nell’acqua che sgorga dai rubinetti di casa.  Bagnoregio, Civitella d’Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania pagano il prezzo - o meglio: il prezzo adesso lo pagherà lo Stato italiano - del loro mancato ingresso in Talete. Come già ricordato dall’amministratore unico, Salvatore Genova, nei 31 comuni gestiti dall’azienda idrica le concentrazioni dell’arsenico sono infatti nella norma. Non è però dello stesso parere il Comitato non ce la beviamo, secondo cui il problema è molto più complesso di quello che si vuol far apparire, perché i “valori sono molto alti in tutta la provincia” e non solo nei sei comuni “incriminati” (al riguardo viene puntato il dito sulla frequenza con la quale vengono eseguite le analisi, il che vuol dire che si sospetta la presenza di valori oltre la norma non censiti). 

Ma andiamo con ordine. “Non siamo noi la pietra dello scandalo”, dice il sindaco di Fabrica, Mario Scarnati, che liquida Talete come un inutile carrozzone, evocando il leggendario acquedotto pugliese, quello che secondo Gaetano Salvemini serviva più a dar da mangiare che da bere: “Da mangiare solo a pochi - sottolinea Scarnati - quelli che ci lavorano e quelli che prendono incarichi professionali, sempre grazie ai soliti giri politici, gli stessi che si ostinano a voler tenere in piedi una società che ormai è decotta”.  Ma se Fabrica di Roma, anziché opporsi in tutti i modi, avesse affidato il servizio idrico a Talete, oggi la manutenzione dei dearsenificatori sarebbe a carico della spa e i valori presumibilmente nella norma, come succede nei 31 comuni gestiti dall’azienda di via Romiti. Scarnati non la pensa così: “Intanto la manutenzione la pagano i cittadini nelle bollette. Ciò detto, non ci penso nemmeno a entrare in una società fallita che farebbe pagare ai cittadini 600 euro l’anno contro gli attuali 200”.  Il sindaco di Fabrica di Roma se la prende con la Regione: “Se avesse dato anche a noi ‘Comuni mortali’ i soldi che ha dato nei primi tre anni a Talete per gestire i dearsenificatori il problema lo avremmo risolto”.  Chiama in causa la Regione anche Mario Mengoni, primo cittadino di Ronciglione: “Qui l’errore è stato fatto a monte, con l’installazione di un impianto di potabilizzazione meccanico anziché chimico. Ecco perché l’acqua che attingiamo dal lago non è potabile a differenza di quella di Chianello”. 
Valgono per Ronciglione le stesse osservazioni che si sono fatte su Fabrica: il Comune avrebbe potuto risolvere i problemi, o quantomeno scaricarli sul gestore unico, trasferendo il servizio idrico. “Non è così - obietta Mengoni -. Talete non ha mai fatto gli atti propedeutici alla presa in carico del servizio. Il piano degli investimenti lo prevede dal 2023. Se abbiamo vinto i ricorsi al Tar è perché la società non era in grado di accollarsi la nostra rete”. 

 

Da parte sua, il Comitato non ce la beviamo sostiene le ragioni dei 6 comuni fuori Talete e fuori norma: “La Regione, dopo tre anni di finanziamento per la manutenzione dei dearsenificatori, ha abbandonato il territorio a se stesso e, paradossalmente, oggi vengono messi sotto accusa proprio quei Comuni a che non hanno ricevuto mai un euro di finanziamento, perché non avevano ceduto il servizio idrico a Talete”. 
“Vi risulta che a Viterbo, dove c’è Talete che fa pagare l’acqua come champagne, i cittadini bevono l’acqua del rubinetto? Il problema è molto più complesso di quello che si vuol far apparire. I valori di arsenico nell’acqua sono molto alti in tutta la provincia – affermano Paola Celletti e Francesco Lombardi -. Viterbo stessa si avvicina ai limiti, con zone che spesso riportano 9/10 microgrammi per litro, quando l’Istituto superiore di sanità classifica l’arsenico come un cancerogeno certo che dovrebbe essere completamente assente nell'acqua”. Resta il fatto che adesso, dopo l’intervento della Commissione europea, una soluzione al problema andrà comunque trovata, anche se nessuno al momento ha ancora chiaro come intervenire.