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Viterbo, mafia. Martina Guadagno assolta. Ora l'ex commessa di Trovato farà causa per ingiusta detenzione

Valeria Terranova
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Anche per la Corte d’Appello fu mafia. A sancirlo la sentenza pronunciata lunedì 7 giugno che ha confermato il 416 bis nei confronti della maggior parte dei componenti della banda che terrorizzò Viterbo tra il 2016 e il 2018 con attentati, spedizioni punitive, minacce ed estorsioni ai danni delle numerosissime vittime, tra cui professionisti e imprenditori. Una cinquantina di episodi nell’arco di due anni circa. Ma l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso è venuta meno per Martina Guadagno, ex commessa in un negozio di compro oro che apparteneva a Giuseppe Trovato, e Luigi Forieri, proprietario di un bar in via Genova, ritenuto dagli inquirenti il luogo di incontro dei membri della banda. Martina Guadagno finì in manette insieme agli altri 11 arrestati, solidali dell’organizzazione criminale italo-albanese sgominata il 26 gennaio del 2019 a seguito del blitz in cui culminò l’operazione “Erostrato” che permise di concludere l’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma.

 

La trentenne, da allora reclusa presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, a giugno dell’anno scorso fu assolta dall’accusa di associazione di stampo mafioso, ma fu condannata in primo grado a 2 anni e 4 mesi per favoreggiamento. In virtù di questa assoluzione il legale della donna, l’avvocato Marco Landolfi del foro di Roma, riuscì a ottenere un alleggerimento della misura cautelare e pertanto nei confronti della ragazza furono disposti i domiciliari. Martedì, invece, è stata assolta con formula piena dall’unico capo di imputazione, motivo per il quale il difensore procederà nel contestare l’ingiusta detenzione.

 

Altro assolto dal 416 bis Luigi Forieri, il barista 53enne che stando alle ipotesi accusatorie era uno degli uomini di fiducia e consigliere di Giuseppe Trovato, nonché titolare del bar che gli affiliati erano soliti frequentare. Non solo: secondo le investigazioni e i documenti acquisiti nel corso della vasta indagine, il cinquantenne avrebbe ricoperto un ruolo decisivo nelle strategie pianificate dai banditi e che proprio lui potesse avvalersi dei legami con alcune famiglie della ‘ndrangheta calabrese. Ma il verdetto della corte d’Appello lo ha assolto dal reato associativo di stampo mafioso, decurtando notevolmente la condanna precedente in primo grado, che è stata ridotta da 8 anni e 4 mesi a 3 anni e mezzo.