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Viterbo, chiesto il processo immediato per i fratelli Pira. Per l'accusa erano pronti a fare due rapine

Valeria Terranova
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Prima udienza collegiale per Paolo e Marco Pira, gli allevatori di ovini d’origine sarda, residenti a Farnese, arrestati il 12 dicembre del 2020 con l’accusa di possesso illegale di armi. I due, un 41enne e un 50enne, difesi dagli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli, furono tratti in arresto dopo che durante una perquisizione venne rinvenuto in un ovile un fucile con la matricola abrasa, detenuto illegalmente, con dentro due cartucce; contestualmente altre otto munizioni furono ritrovate a bordo delle rispettive auto. Ieri in aula, il pm Massimiliano Siddi ha chiesto il giudizio immediato per i due fratelli, attualmente reclusi nelle carceri di Civitavecchia e Velletri. I difensori, invece, hanno avanzato un’istanza di patteggiamento, in merito alla quale il collegio, presieduto dal giudice Silvia Mattei, si è riservato stabilendo di sciogliere la riserva nel corso della prossima udienza del 15 giugno. Difesa e accusa hanno concordato le pene in caso di patteggiamento: 1 anno, 5 mesi e 23 giorni per Marco Pira, condizionata alla sospensione della pena in quanto incensurato, e una multa di 4 mila euro; 2 anni, 11 mesi e 16 giorni e una multa di 8 mila euro per Paolo Pira.

 

 

In particolare, stando al quadro accusatorio formulato dal pm Massimiliano Siddi, che coordinò le indagini condotte dai carabinieri, il fucile sarebbe servito ai Pira per mettere a segno due rapine a danno di una coppia benestante del posto e di un uomo di Montefiascone, nelle cui abitazioni i due fratelli sarebbero stati convinti di poter trovare migliaia di euro. Tesi a cui sin dall’inizio le difese si opposero, sostenendo che quell’arma, di cui soltanto Marco Pira sarebbe stato a conoscenza, era destinata a proteggere il bestiame da eventuali attacchi di lupi.

 

 

I due fratelli, insieme al padre Antonio Pira, sono ancora attualmente sotto processo dopo essere finiti in manette al termine dell’operazione Terra Madre che risale al luglio del 2015. I tre parenti devono rispondere di atti persecutori, furti aggravati, detenzione e porto abusivo di armi clandestine, abigeato e uccisione di animali. Padre e figli, in questo caso, sono accusati di aver ucciso a bastonate due cani di proprietà dell’ex sindaco di Farnese Dario Pomarè, e di aver distrutto il suo casale e 150 piante di olivi in concomitanza dell’emanazione di un esposto, firmato dall’allora primo cittadino e da altri componenti del gruppo di minoranza e poi approvato dal successivo consiglio comunale per la regolamentazione dei terreni a uso civico, che avrebbe costretto gli allevatori a non poter più disporre di molti ettari di terreno che impiegavano per il pascolo. Per questo procedimento si tornerà in aula a metà settembre, per l’ascolto dei testimoni dalla Procura.