Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Viterbo, mascherine sterilizzate. L'Università della Tuscia sperimenta macchinario. Ecco come funziona

Daniela Venanzi
  • a
  • a
  • a

Estate e vaccini: binomio vincente contro il Covid. I numeri lo certificano. Ma siamo proprio sicuri che potremo gettare dell’indifferenziata le mascherine? Gli esperti si dividono: secondo alcuni certamente sì, secondo altri e meglio portarle ancora. Inoltre, sostengono i pro-mascherina, vivendo ormai in una società globalizzata, finita una pandemia un’altra potrebbe essere dietro l’angolo. Per questo motivo la ricerca su questo importate presidio non si ferma. L’Università della Tuscia è in prima linea su questo fronte, tanto che ha deciso di stringere un’alleanza con le imprese locali. Uno degli ultimi progetti degli studenti universitari viterbesi, sotto la guida del professor Giuseppe Calabrò, responsabile per Unitus del progetto “Sani Mask”, è proprio quella sul fronte del Coronavirus. Una iniziativa finanziata dalla Regione Lazio che vede come partner privati Gelco, industria aeronautica e aerospaziale comparto elettronico di Viterbo con sede in zona Poggino, e la nota Dimar, in via dell’Industria, a Valentano, che produce 400.000 borse di alta gamma per marchi di lusso e che ha al suo attivo, dopo l’esplosione della pandemia, anche un reparto dedicato alla produzione di mascherine.

 

Ed è proprio questo accessorio, diventato ormai fondamentale e del quale probabilmente non sarà facile liberarsi per gli anni a venire che si sono concentrati gli sforzi di questo partenariato. “L’idea, tradotta in termini semplici - spiega la ricercatrice e professoressa di fisica Ilaria Armentano, che ha seguito il progetto fin dall’inizio - è quella di dare una vita più lunga alle mascherine, riutilizzandole più volte con intervalli in cui verranno sottoposte a cicli di igienizzazione. In una logica di sensibilità ambientale crescente e anche di risparmio economico, abbiamo pensato di realizzare un macchinario che riuscisse a sanitizzare di nuovo questo accessorio di uso comune, facilmente deteriorabile perché posto sulla bocca e quindi oggetto di proliferazioni batteriche, ma anche di funghi e organismi viventi, in modo tale che dopo il processo ne esca mantenendo inalterate le caratteristiche di filtrazione e respirabilità”.

 

E così è stato. In un video realizzato dal giornale la Repubblica si vede una scatola di metallo all’interno della quale viene introdotta la mascherina, la quale viene sottoposta ad una doppia lampada, in grado di rendere omogenea la distribuzione dei raggi Uvc, rigenerando in tal modo la fascia di materiale polimerico e poterla riutilizzare. Una rivoluzione di non poco conto. “Sì è così - prosegue la ricercatrice - un progetto di alto spessore che una volta testato nel giusto dosaggio, rispetto alla potenza e al tempo, permetterà di ottenere questo grande risultato, il riuso della mascherina”. L’apparecchiatura sarà in grado di operare con tutte le mascherine? E per quante volte potranno essere riutilizzate? “Per il momento la sperimentazione è effettuata solo su quelle prodotte dall’azienda partner e cioè la Dimar, ma se funziona è logico che un domani nulla vieta di adottare lo stesso macchinario per altri oggetti, un cellulare, o per un altro tipo di mascherina, si vedrà. Sulla quantità di volte in cui la stessa potrà essere utilizzata ci stiamo lavorando”.