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Viterbo, "Quei soldi li ho vinti al casinò". Ma i giudici non ci credono, l'ex funzionario Massimo Scapigliati dovrà restituire tutto all'Erario

M. C.
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Non derivavano da vincite ottenute al casinò di Venezia le somme di denaro sul conto corrente che l’Agenzia delle entrate aveva contestato all’ex caposervizio dell’ufficio cave e torbiere di Palazzo dei Priori, Massimo Scapigliati, arrestato nel settembre del 2009 nell’ambito di un’inchiesta per corruzione e concussione relativa al rilascio di false autorizzazioni a vantaggio di due imprenditori viterbesi. Lo ha stabilito la Cassazione il 25 maggio scorso respingendo il ricorso presentato da Scapigliati e condannandolo a rifondere l’erario. Gli accertamenti oggetto della sentenza riguardavano gli anni 2006 e 2007, precedenti quindi l’arresto dell’ex dirigente, che li aveva impugnati davanti alla commissione tributaria regionale sostenendone l’infondatezza. Chiamato a dimostrare l’origine di quel maggiore reddito ai fini Irpef, Scapigliati aveva asserito “l’erroneità della sentenza (di primo grado, ndr) laddove ha ritenuto imponibile la vincita al gioco nella sua totalità, anziché nella minor misura risultante dalla differenza tra il totale delle vincite e quello delle perdite, non trattandosi di gioco d'azzardo”. Nel merito la Cassazione ha stabilito che “le deposizioni dei giocatori di poker di Viterbo e la documentazione circa gli accessi al casinò di Venezia, prodotte dal contribuente per dimostrare cospicue vincite di gioco, si palesavano del tutto prive di valenza probatoria, in quanto le dichiarazioni erano generiche e sottoscritte da persone non identificate, laddove la documentazione del casinò non dimostrava le asserite vincite”. 

La Suprema corte ha dichiarato inammissibile anche “la documentazione relativa alla vendita di due immobili in comproprietà della moglie, versata dal contribuente solo in grado di appello”, perché “sottesa a introdurre una nuova questione, essendosi Scapigliati difeso in primo grado solo deducendo vincite al gioco, e comunque irrilevante ai fini del decidere, trattandosi di importi da calcolare solo al 50% e risalenti a un periodo di tempo (1999-2001) di gran lunga precedente quello in contestazione”. 

 


Era il 30 settembre 2009, per la cronaca, quando l’allora dirigente dell’ufficio cave e torbiere fu arrestato dagli uomini della Forestale insieme agli imprenditori di Celleno Domenico e Dario Chiavarino, padre e figlio, con le accuse rispettivamente di concussione e corruzione. Le mazzette avrebbero riguardato, tra le altre cose, le autorizzazioni a realizzare una discarica in una zona protetta. Le dazioni di denaro furono filmate dagli investigatori con microcamere e microfoni installati nell’ufficio di Scapigliati in via Garbini.