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Viterbo, opere d'arte rubate in vendita all'asta. Coppia accusata di furto e ricettazione

Valeria Terranova
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È entrato nel vivo il processo a due imputati, marito e moglie, accusati di furto e ricettazione di opere d’arte.  Si tratta di due tele del pittore settecentesco Tommaso Conca, trafugate dal convento di Sant’Angelo a Vetralla nel 2002 rappresentanti “San Michele Arcangelo” e una “Madonna con Bambino” del valore complessivo di 100 mila euro. I due, a giudizio davanti al giudice Roberto Colonnello, sarebbero stati gli artefici di un altro colpo messo a segno a Roma ai danni di un privato, nel 2006, a cui la coppia riuscì a sottrarre tre dipinti su tela: due fiamminghi e uno raffigurante il “Suicidio di Lucrezia”, l’eroina romana ritratta da Tiziano, Artemisia Gentileschi, Rembrandt e altri. 

 


“Quando mi accorsi che le opere erano state portate via dal mio appartamento, sporsi querela contro ignoti. Nel 2016 fui contattato dai carabinieri del nucleo Tutela del Patrimonio artistico, che mi mostrarono un filmato relativo a un’esposizione che precedeva la compravendita all’asta”.  “Durante la visione del video riconobbi i due fiamminghi – ha riferito il proprietario, costituitosi parte civile -. Sul terzo quadro feci una battuta a un ufficiale a cui dissi che era un caso di cattiva chirurgia plastica dell’epoca, in quanto i seni di Lucrezia erano stati eseguiti male probabilmente dai garzoni di bottega. Quando venni convocato la seconda volta, evidentemente, il carabiniere si ricordò del particolare che avevo fatto presente e mi ritrovai di fronte tutti i quadri dal vivo”. 

 


Le opere erano state messe e battute all’asta nel dicembre del 2016 presso una nota casa d’aste della Tuscia. “I fiamminghi erano stati venduti a 1500 euro, un prezzo molto al di sotto rispetto alla stima curata da Sotheby’s di esempi simili, quotati intorno ai 15 o 20 mila sterline – ha proseguito la vittima -. Dunque ritornai in possesso del ‘Suicidio di Lucrezia’, poiché era l’unico a non essere stato acquistato e per i fiamminghi i carabinieri mi consigliarono di presentare tutta la documentazione per il dissequestro e per tornare a diventarne il custode, ma purtroppo uno dei due è bloccato da un altro procedimento tuttora in corso”. 
In seguito ha testimoniato un frate del monastero dei padri passionisti di Vetralla che ha raccontato: “Diciannove anni fa furono rubati dal convento due tele e altri manufatti ritrovati su un catalogo. Denunciammo il tutto; li ritrovarono ce li riconsegnarono”. Si tornerà in aula il 26 novembre per l’ascolto degli ultimi testimoni.