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Viterbo Covid, novantenne trova la forza di continuare a vivere quando lo portano vicino alla moglie

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Accade che marito e moglie, Alfredo e Assunta, novant’anni lui, qualcuno in meno lei, contagiati dopo una vita che avrebbe meritato adesso un po’ di serenità, si ritrovino a combattere tutti e due contro il Covid. Vicini e lontani allo stesso tempo. Ricoverati infatti insieme, a Belcolle, nello stesso reparto, ma in stanze differenti. Lei in una di sole donne. Una sera, qualche giorno fa, vedendo lui che non voleva più vivere, gli infermieri hanno deciso di stravolgere tutto. Hanno spostato letti e armadietti e li hanno messi insieme in una stanza a due. Vicini, nella speranza che l’una sostenesse l’altro. Ancora sono là, vivi e vegeti, a dispetto del virus che li avrebbe voluti dividere.

 


 

A raccontare la storia è un altro ricoverato nello stesso reparto. Un uomo più giovane di Alfredo e Assunta. Si chiama Walter Pandimiglio e da qualche giorno è tornato a casa. La sua è la testimonianza di chi ha visto la morte in faccia e ora, quasi non credendo di essere uscito dall’incubo, sente il dovere di ringraziare il personale sanitario dell’ospedale che da più di un anno combatte in prima linea insieme ai pazienti: “La prima notte a casa dopo il ricovero - dice - ho vissuto una sensazione strana. La mattina presto mi sono alzato, sono andato in veranda davanti al Castello di Soriano ancora non illuminato dall’alba e ho pianto dalla contentezza. E’ stata una forte esperienza che devo ancora smaltire. Voglio ringraziare diverse persone: padre Abel che, dalla sua parrocchia in Honduras, mi ha sostenuto con video e foto della loro festa pasquale e soprattutto con le preghiere per me e la mia famiglia; e poi sua sorella, suor Eletta, e tutte le suore di clausura carmelitane scalze del convento di Terni, che con le preghiere ci sono state vicine. Luciano, Gabriella, Laura e Paolo mi facevano avere in audio il Vangelo del giorno commentato da papa Francesco”. 

 

 

Valter Pandimiglio vuole ringraziare però anche “tutti i medici, ma soprattutto gli infermieri, che sono la vera forza e medicina del reparto Covid. Sono ragazzi giovani, coraggiosi che non ho mai visto in faccia perché coperti da tute, mascherine e visiere, ma che sicuramente riconoscerei dalla voce tra mille persone. Spero di incontrarli per poterli ringraziare adeguatamente: Stefano, Sara, Daniela, il Reatino, Pizziconi e tanti altri che sono stati fondamentali per la mia guarigione”. 
“Questi ragazzi - prosegue - hanno una grande umanità che va oltre al lavoro che svolgono, li vorrei abbracciare e ringraziare ancora. Come voglio ringraziare la mia famiglia che da casa, anche loro contagiati, mi ha dato forza: i miei fratelli, le loro compagne, soprattutto Antonietta, che ha fatto da ‘badante’ per oltre 30 giorni fornendo viveri e vettovaglie a casa, sempre con il sorriso e gli stimoli giusti. E così i miei cognati che da lontano tutti i giorni mi davano coraggio”. 
“Vorrei ringraziare - conclude - tutti gli amici, che con i loro ‘forza Walter’ mi hanno aiutato a superare questi tragici momenti. E infine un ringraziamento particolare ai miei compagni di sventura che hanno condiviso con me in ospedale momenti tragici, di grande complicità e tensione. Dico a tutti che questa è una malattia subdola, che non ti accorgi di avere, ma in poche ore ti distrugge. E consiglio di munirsi in famiglia di un saturimetro, che è fondamentale per capire se ci sono problemi seri. Può salvare la vita”.