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Viterbo, i comitati per l'acqua pubblica all'attacco. "No all'ingresso dei privati dentro Talete"

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Alessandro Quami
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Bollette salate e arsenico nell’acqua. Un mix insopportabile che fa male al portafoglio degli utenti ma soprattutto alla salute dei cittadini. I quali, da troppi anni, subiscono una gestione dell’acqua insoddisfacente e che ha prodotto più danni che soluzioni. Per cercare di invertire la rotta, da tempo si sono formati in provincia diversi comitati per l’acqua pubblica. E ieri mattina, 14 aprile, nella sede del sindacato Usb di via Garbini, il comitato di Viterbo “Non ce la beviamo”, ha detto un’altra volta “no” alla Talete e “al disegno ormai chiaro di voler privatizzare la spa idrica”.

 

La Talete, si sa, è una società per azioni partecipata dai Comuni della Tuscia (non tutti, sebbene nella compagine ci siano quelli più grandi, da Viterbo a Montefiascone, da Civita a Tarquinia), e rispetto alla quale, i sindaci hanno responsabilità dirette. E è proprio contro i sindaci che si scagliano dal comitato: “Che cosa fanno i comuni? Perché non chiedono che sia la fiscalità generale (tasse e imposte a livello nazionale, ndr) a coprire gli investimenti in dearsenificatori, i soli che possano risolvere il problema dell’elevato tasso di arsenico nell’acqua che esce dai rubinetti di molti comuni?”, si chiedono Paola Celletti e Francesco Lombardi del comitato provinciale. Insieme a loro ci sono Antonella Litta, medico ambientale dell’Isde, e Raimondo Chiricozzi del comitato Acqua potabile Ronciglione. A supportarli, e a moderare l’incontro, c’è Veronica Di Benedetto Montaccini, giornalista della testata nazionale Tpi.it, che ha curato un’inchiesta sull’arsenico nelle acque della Tuscia. Durante la conferenza, i comitati hanno bocciato l’ingresso dei privati in Talete.

 

“I sindaci rispondono ai partiti, i quali sono esecutori delle multinazionali che vogliono impossessarsi della gestione, redditizia, dell'acqua – dice Lombardi -. Una tendenza in atto in tutta Italia, e che si sta per materializzare anche nella Tuscia, con Acea pronta a entrare in Talete”. Per Lombardi, i privati farebbero gli investimenti e coprirebbero i debiti di Talete, ma sarebbero i cittadini “con le bollette ancora più salate a pagarne per intero il prezzo”. Eppure le soluzioni per dire no alla privatizzazione ci sarebbero: “Basta con il sistema attuale degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) provinciali. Addirittura si sente parlare di un Ato regionale, che sarebbe funzionale alla privatizzazione. Invece, bisogna rendere operativa la legge regionale numero 5 2014, per passare a una nuova gestione del servizio idrico integrato basata sugli Ambiti di bacino idrografici, nel rispetto cioè della conformazione del territorio e dell’effettiva dotazione e qualità delle risorse idriche”, dice Celletti. “Ma la politica non vuole starci a sentire”, tuona Lombardi. 

 


Per cercare di cambiare le cose, Celletti e gli altri a marzo hanno chiesto, tramite pec, due incontri con tutti i sindaci e le autorità competenti: “Uno lo abbiamo richiesto al presidente della Provincia e dell’Ato Pietro Nocchi e uno al neopresidente di Talete Salvatore Genova. Ma nessuno dei due ci ha risposto”.
Dal comitato non si sono dati per vinti, e si sono appellati all'assessora regionale all'Ecologia Roberta Lombardi e alla presidentessa della commissione Ambiente del Senato Vilma Moronese. L'oggetto delle lettere inviate a Regione e Palazzo Madama è eloquente: “Richiesta intervento per la situazione idrica della Tuscia”. Qualcuno risponderà?