Viterbo, violenza sessuale e stalking. A processo un sessantenne: fabbricò ordigno esplosivo per la sua ex

Valeria Terranova
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“All’inizio della nostra relazione mi sembrava una persona normale, poi ha cominciato a controllarmi e a dimostrarsi geloso e possessivo”. Con queste parole è iniziata la testimonianza di una 46enne originaria dell’Est europeo, residente a Marta, che fu perseguitata per diversi mesi tra il 2016 e il 2018 dall’ex convivente, un 60enne viterbese, a processo con l’accusa di stalking e violenza sessuale.

Ieri in aula la presunta vittima, costituitasi parte civile, ha esposto la propria versione dei fatti davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, schermata da un paravento in modo da non avere alcun contatto visivo con l’ex compagno, anche lui presente in aula accanto al difensore, l’avvocato Samuele De Santis. “Quando sporsi la prima denuncia nel 2016 decisi di perdonarlo per via dei numerosi messaggi che inviava ogni giorno non solo a me, ma anche ai miei figli, in cui dichiarava il suo amore, e di voler rimediare agli errori. Tuttavia le cose tra noi peggiorarono e a marzo 2018 ci lasciammo. Proprio in quel periodo imbrattò i muri del palazzo con disegni fallici e mi disse che l’aveva fatto per spingere i vicini a cacciarmi e che per risolvere avrei dovuto rivolgermi a lui – ha raccontato la 46enne-. Dopo pochi giorni ritrovai sul mio terrazzino un tubo con del nastro adesivo, al cui interno erano posizionati dei fili e spaventata chiamai i carabinieri che accorsero subito facendo allontanare tutti. Lui continuò a passare ripetutamente sotto casa mia e a mandarmi messaggi e quindi mi recai in caserma per denunciarlo. A maggio infatti mi aggredì a pochi passi dalla caserma e in quell’occasione in ospedale riferì alla psicologa di aver subito una violenza sessuale due mesi prima, quando a marzo si presentò a casa mia con la scusa di prendere alcuni oggetti che aveva lasciato da me. Lo feci entrare e assecondai la sua richiesta di fermarsi a dormire. La situazione non era tranquilla e per non far preoccupare mio figlio, che si trovava nella stanza accanto, mi sentì costretta ad avere un rapporto con lui”.

 

Gli atti persecutori contestati all’imputato cominciarono nel 2016 e andarono avanti fino all’estate 2018. Ad aprile di tre anni fa i militari di Marta intervennero insieme agli artificieri a seguito del ritrovamento da parte della presunta vittima, come detto, di un ordigno potenzialmente esplosivo costruito in maniera artigianale in merito al quale in una delle prossime sedute verranno ascoltati gli esperti del Ris di Roma. All’epoca il 60enne venne indagato anche per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e minacce, e finì ai domiciliari con tanto di braccialetto elettronico che, secondo un maresciallo che prese parte alle indagini, fu più volte manomesso dall’uomo. Il dibattimento riprenderà a ottobre con l’ascolto degli ultimi 5 testi del pm Conti.