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Viterbo, bambino autistico lasciato senza assistenza. La denuncia del padre

Massimiliano Conti
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Il 2 aprile scorso, come ogni anno, si è celebrata la giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Solo dieci giorni prima l’avvocato vetrallese Dario De Vitofranceschi e sua moglie si erano visti “dimettere” il figlioletto undicenne, autistico grave, dal centro accreditato che lo seguiva da 9 anni. Senza preavviso e, sembrerebbe, senza nemmeno una ragione accettabile. Risultato: Leo, questo il nome del ragazzino, si trova ora, in piena pandemia, improvvisamente senza assistenza pubblica e anche senza dei punti di riferimento importanti. Per De Vitofranceschi la sua è una storia paradigmatica che, al di là delle retorica e dei palloncini del 2 aprile, la dice lunga su quello che può succedere ai genitori di ragazzi autistici. L’incubo per i coniugi De Vitofranceschi inizia il 24 marzo, quando la responsabile medica del centro accreditato di Viterbo che da 9 anni segue il bambino, autistico grave (non verbale), li convoca senza preavviso: “Sarà il rinnovo del progetto, penso. E invece no, la dottoressa mi mostra la lettera di dimissioni dal centro, di mio figlio, dopo 9 anni. Mio figlio è stato dimesso! Vuol dire che è guarito? No, chi conosce l’autismo sa bene che dall’autismo non si guarisce. Quel centro non può più fare molto per noi, mi dice la responsabile: tutte le operatrici che seguono Leo da anni, presenti all’incontro, annuiscono. Basta, finito, game over. A mio figlio neanche un ciao da quelle operatrici che per lui sono un punto di riferimento. Mi assicurano che la Asl saprà seguirci molto meglio di loro, perché hanno progetti più adatti”.
Per i coniugi è un fulmine in un cielo tutt'altro che sereno. La pandemia infatti non ha risparmiato la famiglia De Vitofranceschi: “Leo ha contratto il Covid a scuola e poi ci siamo contagiati tutti. Quasi due mesi di isolamento. Ovviamente senza assistenza. Dopodiché abbiamo preferito, grazie all’aiuto della scuola Marconi e del Comune di Vetralla, proseguire in dad, per difendere Leo e anche i suoi compagni”. Il bambino, sottolinea il padre, è infatti privo delle capacità di auto-controllo necessarie per seguire i protocolli di distanziamento e quindi può facilmente contagiarsi e inconsapevolmente contagiare gli altri.

 


Stiamo vivendo un periodo molto duro, mia moglie tutti i giorni si alza e fa la dad insieme a Leo e all’assistente alla comunicazione, mentre l’insegnante di sostegno è dall’altra parte dello schermo. Un lavorone, in cui tutti - scuola, servizi sociali e assistenti forniti dal Comune - stanno mettendo il cuore e che sta dando ottimi risultati”, continua il genitore, chiedendosi come sia possibile “che in un momento delicato per tutti, ma soprattutto per i disabili e le loro famiglie, nel quale si sono bloccati i licenziamenti, le cartelle, gli sfratti, possa interrompersi un programma riabilitativo, privando un bambino della continuità assistenziale”. Che fine ha fatto, si domanda De Vitofranceschi, “l’obbligo di assicurare la continuità terapeutica richiamata da tanti giudici in questi anni? Che fine ha fatto l’importanza della continuità delle figure professionali di riferimento?”

 

“Ho come la sensazione – è sempre l'avvocato che parla -, che mio figlio sia un pacco smistato da un ufficio ad un altro. Ma lui non è un pacco, è un magnifico essere umano, con una sua interiorità e una incredibile complessità affettiva, e meriterebbe almeno un ciao da chi lo ha seguito per tanti anni”. De Vitofranceschi nei giorni scorsi ha incontrato gli operatori della Asl: “Mi hanno detto che ci sono dei progetti in cui mio figlio sarà inserito. In verità di mio figlio sanno poco perché il centro accreditato non ha ancora trasmesso alcunché. Serviranno non meno di 4 settimane per partire – conclude -. Ma ci rendiamo conto? A mio figlio aspetta un nuovo salto nel buio”.