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Viterbo Covid, morto dopo contagio in una clinica campana. I familiari: “Vogliamo giustizia”

Beatrice Masci
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Nella Tuscia sono 402 le persone decedute per Covid. Da qualche giorno, però, ai 402 va aggiunto un altro decesso, quello di Pietro Facchin, 76 anni (ne avrebbe compiuti 77 il 7 aprile). Il contagio, sostengono i familiari, sarebbe avvenuto in una clinica riabilitativa di Napoli. Sul fatto i legali della famiglia hanno presentato un esposto alla Magistratura. Facchin, viterbese, ad aprile 2020 era stato colpito da un ictus, era stato curato a salvato a Belcolle. Una volta uscito dall’ospedale, aveva avuto bisogno di una terapia riabilitativa, ed essendo solo, aveva scelto di farsi assistere a Napoli, per essere vicino alla sorella.

 

E’ morto in seguito al Covid contratto in una clinica riabilitativa del Napoletano. La sua vicenda, per scelta dei familiari che vogliono vederci chiaro, è stata presa in carico dallo Studio3A-Valore spa, che da oltre un anno segue molti casi simili. “Il 3 aprile 2020 - spiega lo Studio3A-Valore - Facchin era stato colpito, mentre si trovava nella sua casa a Viterbo, da un’ischemia cerebrale e ricoverato a Belcolle. Non avendo moglie e figli che potessero accudirlo, se ne è fatta carico in primis la sorella Bruna, che abita a Napoli e che, per la riabilitazione necessaria dopo le dimissioni dal nosocomio, ha ricoverato il fratello presso un istituto napoletano”. Per Facchin inizia un lungo calvario: il 14 agosto viene trasportato d’urgenza all’ospedale Cardarelli per una grave setticemia. Una volta uscito, viene condotto in una struttura, dove però rimane solo per pochi giorni: lo dimettono senza preavviso perché la clinica è stata convertita in centro Covid. La famiglia opta allora per una casa di riposo a Napoli. Qui, però, l’anziano, il 31 gennaio viene colto di nuovo da un ictus e trasportato all’ospedale Cto dei Colli Aminei, da dove, dopo 4 giorni di ricovero, lo trasportano ancora nella clinica individuata per la riabilitazione. Fino al 20 febbraio la sorella riesce a comunicare con Pietro per telefono, ma in seguito i contatti diventano sempre più difficili, fino a interrompersi del tutto per l’aggravamento del suo stato di salute.

 

“La struttura - spiegano i legali - minimizza, parlando di condizioni stazionarie, ma la realtà è che il paziente non parla e non mangia più, a quanto riferisce loro un altro degente della struttura che periodicamente risponde al cellulare del 76enne e che lo aiuta. Il 9 marzo la clinica comunica alla famiglia che Pietro è stato contagiato. Eppure tutti i tamponi precedenti erano negativi e non aveva ricevuto visite esterne. Il 12 marzo la famiglia viene avvisata che l’uomo deve essere trasferito in ospedale. I sanitari che l’hanno prelevato in ambulanza lo avrebbero trovato abbandonato su una sedia a rotelle, cianotico e con una grave crisi ipotensiva, a quanto riferiscono i familiari. Il 25 marzo Pietro si arrende”. Convinti che Pietro Facchin non abbia ricevuto le cure adeguate, i familiari chiedono giustizia, e tramite il consulente legale Vincenzo Carotenuto, si sono affidati a Studio3A-Valore.