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Viterbo, acqua. Talete in rosso per colpa dei dearsenificatori

Beatrice Masci
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Viterbo e l’arsenico, una storia decennale, mai interrotta nonostante i diversi, spesso fallimentari, tentativi di tagliare questo legame. Una storia che, alla luce dei bilanci, contribuisce, e non poco, a colorare di rosso i conti della Talete. Ora l’argomento è approdato sulla scrivania del nuovo ministro all’Ambiente, Roberto Cingolani, grazie a un’interrogazione dei 5 Stelle. Dieci anni fa la Regione decise, definendola una “soluzione ponte”, di eliminare il problema dell’arsenico nell’acqua installando dearsenificatori. Un totale di 27 impianti al costo di 35 milioni, ai quali, successivamente, si sono aggiunti altri 16 milioni per nuovi acquisti. “Una decisione del tutto autonoma, piovuta dall’alto” la definisce Bengasi Battisti del movimento per l’acqua pubblica “Non ce la beviamo”.

 

 

Una decisione, spiega, “che penalizzò il territorio, visto che i soldi per acquistare i dearsenificatori vennero sottratti da quelli per la depurazione. Risultato: non abbiamo la depurazione ma i dearsenificatori, alcuni dei quali, penso ad esempio a Civita Castellana e Fabrica di Roma, che non hanno mai veramente funzionato, visto che non sono mai riusciti a far scendere al di sotto dei 10 milligrammi a litro l’arsenico, soglia ritenuta accettabile per il consumo umano”. Si tratta di macchinari, altro problema, e come tali ogni tot anni vanno sostituiti. “Di certo - chiarisce Battisti - va fatta la manutenzione”. Ad occuparsene è la ditta scelta allora dalla Regione per i lavori di installazione. “Ma i costi - puntualizza Battisti - sono a carico della Talete, per cui gravano sulle bollette dei viterbesi”. E a proposito di costi, si parla di 9 milioni di spese gestionali ogni anno, ai quali vanno aggiunti 150 mila euro al mese di consumi energetici. Un totale di oltre 10 milioni l’anno. Questa cifra chiarisce in qualche modo il perché dei conti in rosso dell’azienda idrica. E si parla solo di costi economici, poi ci sono quelli sociali e sanitari. Sì, perché l’arsenico è riconosciuto dagli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità come uno dei maggiori responsabili di alcuni tumori, a cominciare da quello alla vescica. Argomento, questo, evidenziato anche nell’interrogazione del M5S al ministro Cingolani. Come uscirne? Per Battisti la risposta è semplice: “Approvvigionamento alternativo”. Una risposta, peraltro, neppure nuova, visto che anni fa, quando il problema arsenico assunse i contorni odierni, anche la Regione lo prese in esame, così pure un ingegnere di Talete.

 

 

Approvvigionamento alternativo, vale a dire Bolsena o Bracciano. “Nel caso del lago di Bracciano - spiega Bengasi Battisti - occorrerebbe che Roma, in cui arriva l’acqua di questo lago, provvedesse a sanare le perdite del sistema idrico. In questo modo avrebbe meno bisogno di approvvigionarsi a Bracciano a tutto vantaggio della Tuscia. Ma oltre a Bracciano c’è Bolsena, le cui acque, al pari di quelle di Bracciano, sono ritenute compatibili con il consumo umano. I costi per questo progetto sarebbero solo iniziali, poi stop. I dearsenificatori non servirebbero più, non solo, essendo sia Bracciano che Bolsena in posizioni elevate, l’acqua arriverebbe nei comuni a caduta, senza neppure bisogno delle pompe”. Un risparmio considerevole per le casse dei gestori e di conseguenza per quelle dei cittadini. Eppure questo progetto è stato accantonato. Si preferisce continuare a pagare la ditta che si occupa della manutenzione dei dearsefinicatori, “anche di quelli che non hanno mai raggiunto lo scopo di abbattere oltre i limiti consentiti la presenza di arsenico”, evidenzia ancora Battisti”. La speranza è che prima o poi la Regione decida di porre fine alla “soluzione ponte”.