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Mafia Viterbese, processo d'appello. Il Procuratore generale chiede di rivalutare le pene, parti civili contrarie

Valeria Terranova
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È entrata nel vivo la seconda fase del processo Mafia viterbese in corte d’Appello al tribunale di Roma. Ieri in aula, come da programma, dopo una breve relazione da parte del presidente, il procuratore generale in conclusione della requisitoria ha ritenuto che, sebbene la sentenza di primo grado lasci pochissimi spazi alle strategie difensive, considerando la contestazione da parte degli appellanti riguardo le aggravanti dell’uso delle armi e la distinzione tra organizzatori e partecipanti alle iniziative criminose e in ultimo la concessione delle attenuanti generiche per Sokol Dervishi, in quanto collaboratore di giustizia, la corte dovrebbe rivalutare la durezza delle pene.

Invece, i legali delle 19 parti civili, al termine di una lunga arringa caratterizzata da un’attenta disamina dei fatti, hanno sostenuto che non vi siano margini per una rivalutazione della sentenza e ne hanno chiesto la conferma nella sua interezza, senza riduzioni di alcun tipo. Hanno presentato il ricorso in appello i due boss, Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, e gli altri 8 componenti della organizzazione malavitosa che vennero condannati l’11 giugno dello scorso anno complessivamente a oltre 79 anni di carcere. In quell’occasione il giudice Emanuela Attura, accogliendo le tesi della Dda, formulata dai due pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci, aveva riconosciuto il vincolo di associazione di stampo mafioso nei confronti di quasi tutti i sodali, a esclusione della 32enne Martina Guadagno, commessa in un negozio di compro oro di proprietà di Giuseppe Trovato, che ha deciso di ricorrere in appello a seguito della condanna per favoreggiamento a 2 anni e 4 mesi insieme a Fouzia Oufir, ex compagna di Trovato, Gazmir Gurguri, Gabriele Laezza, i fratelli Spartak e Shkelzen Patozi, Luigi Forieri e il pentito Sokol Dervishi.

 

 

Accusati di aver tenuto sotto scacco la città, tra il 2016 e il 2018, con minacce, estorsioni e attentati, i due vertici della banda, Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, vennero giudicati con rito abbreviato e condannati rispettivamente a 13 e 4 mesi e 12 anni di reclusione. La sentenza però stabilì pene pesanti anche per gli altri componenti: Fouzia Oufir, 5 anni e 4 mesi; Gazmir Gurguri, 7 anni e 4 mesi; Gabriele Laezza, 8 anni; Spartak Patozi, 8 anni e 8 mesi; Shkelzen Patozi 8 anni; Luigi Forieri, 8 anni e 4 mesi, Sokol Dervishi, 6 anni. La prossima udienza prevista il 7 aprile sarà dedicata alle arringhe dei difensori ed è stata già calendarizzata l’udienza decisiva che, salvo imprevisti, si terrà il 5 maggio.