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Viterbo in zona rossa. La rabbia dei ristoratori: "Siamo allo stremo"

Daniela Venanzi
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Il provvedimento di far rientrare la provincia di Viterbo in zona rossa è stato un’autentica doccia fredda per i ristoratori. Qualcuno fino all’ultimo ha sperato di non vedere scurire quel colore giallo, e invece così non è stato. Da domani, 15 marzo, non si potrà più mangiare nei locali o nelle trattorie, indipendentemente dall’orario. 

 

Non la prendono bene i titolari, primo fra tutti un infuriato Michele Palombi proprietario del “Sor Francesco”. Da sempre il suo ristorante di Vetralla è meta del pellegrinaggio locale da tutta la provincia, ma anche da fuori zona. Gente in cerca della sua pregiata carne argentina: “Si può tirare giù il rosario? – esordisce furibondo -. Non ne possiamo più di questa situazione. So solo che dopo un anno di sacrifici siamo tornati punto e a capo. Le nostre risorse, quelle che ci hanno permesso di andare avanti fino ad oggi sono finite e le altre ancora non si vedono. Per non parlare della storia del delivery o dell’asporto – insiste –, un contentino che ci hanno dato, ma è più la spesa che l’impresa e di certo non sostituiscono il lavoro, quello regolare, quello tradizionale. Capisco la pandemia, ma è stato tutto gestito malissimo, c’erano tante soluzioni alternative da attuare e qui si pensa solo a chiudere. La strada più facile”. 

 


A Viterbo c’è un altro ristorante, appena inaugurato al ponte del Paradosso, che si chiama Estremo, unico per l’attenzione al design. Il titolare è Vincenzo Spinosa, imprenditore della ristorazione con attività a Roma, anche quella chiusa, a Tuscania con il ristorante pizzeria Le sette cannelle, venduto in questi giorni, e con un locale sempre dedicato al cibo all’interno di un villaggio a Pescia Romana: “Ho concentrato tutte le mie energie e le mie disponibilità economiche su questo nuovo ristorante – racconta – anche tutti i miei proventi, quelli raccolti dalle altre attività e dalla vendita del Le sette cannelle. Sono un sognatore e nonostante la delicatezza del momento ho deciso lo stesso di rischiare sulla città di Viterbo. Certo, non posso prendere bene questa decisione. Ho appena cominciato a lavorare e per la festa delle donne ho già ospitato 30 persone. Interrompere l’attività appena aperta è complicatissimo. Confido però nel vaccino e spero che presto si possa tornare alla normalità. I miei dipendenti li aiuto tutti, saranno messi in cassa integrazione ma non li lascerò soli. Capisco però tutti quelli che magari hanno solo un’attività e solo su quella devono fare affidamento. E’ difficile andare avanti”. 

Michele Schirripa, 35 anni, gestore del Lab, a piazza del Teatro, non può prenderla diversamente dai colleghi: “Al momento non abbiamo nessuna certezza economica e gli aiuti sono stati sospesi con la crisi di governo appena passata. L’asporto e il delivery non costituiscono un lavoro ordinario. Ci permettono soltanto di mantenere il posto, con grandi sacrifici, anche a chi lavora per noi. Quello che non capisco – dice – è perché dobbiamo subire questo provvedimento a Viterbo, quando in realtà siamo stati bravi e abbiamo fatto rispettare le regole. Paghiamo un conto che forse non ci spetta. Le notizie le seguiamo tutti e abbiamo visto che sono stati in tanti a non rispettare le regole. Le immagini degli assembramenti a Milano, storia di qualche giorno fa, parlano chiaro. Ecco, forse si poteva fare un discernimento ad hoc. Certo poi la salute viene prima di tutto – conclude –. Nasco in una famiglia di medici e non posso pensarla diversamente. Spero soltanto, visto che stavolta non sono permessi come a Natale neanche gli spostamenti tra familiari e amici, ch si arrivi ad un abbassamento radicale dell’indice di contagio, nel contempo vaccinando quanta più gente possibile, per riprendere la strada della normalità. La mia è una start up, e quindi non ho diritto neanche agli aiuti e mai avrei pensato a 35 anni di trovarmi di fronte a una pandemia. Teniamo duro e speriamo che sia l’ultima stretta”. 
Anche Nico Cocomazzi, titolare del Coco’s di Tarquinia, ristorante sul lungomare specializzato nei piatti di pesce, e dell’appena aperto Don Nico, sempre a Tarquinia, ma in centro storico, è sconfortato: “Purtroppo le idee sono finite. Dobbiamo andare avanti per forza ma è tutto complicato. Anche noi ci adatteremo con il delivery, ma questa formula ci permette soltanto di non chiudere, per riuscire a pagare almeno gli stipendi, visto che se dovessero campare con la cassa integrazione farebbero la fame. E’ gente che ha famiglia, che vive di questo e quindi anche per loro non possiamo certo mollare. Questo provvedimento non ce lo aspettavamo, pensavamo a una gestione diversa, magari più regolata ma non a una chiusura totale. Speriamo soltanto che questo sia l’ultimo ‘giro’ della serie”.