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Viterbo Covid, un anno fa il paziente uno della Tuscia

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Il paziente 1 a Viterbo ha il volto di una 23enne georgiana, in città per un programma di studio e ospite della casa dello studente di via Cardarelli: è il 3 marzo 2020 quando viene trasferita all'ospedale Spallanzani di Roma con sintomi sospetti. L'indomani il tampone conferma: è positiva al Sars-CoV-2, il virus che, dalla Cina con furore, sta spaventando il mondo. 

 

Cominciava così, un anno fa esatto, l'incubo coronavirus nella Tuscia. Nemmeno due settimane prima, il 38enne Mattia Maestri, ricercatore di una multinazionale e grande sportivo, era finito intubato all'ospedale di Codogno, nel Lodigiano, e sulle pagine di tutti i giornali come primo ammalato di Covid-19 in Italia. Il 4 marzo, quando già mezza Italia è zona rossa e il governo chiude tutte le scuole per 10 giorni (ma non le riaprirà più fino a settembre), a Viterbo c'è un secondo caso, non collegato al primo: è il professor Danilo Monarca, docente dell'Università della Tuscia. Si è infettato partecipando a un congresso di agraria a Reggio Calabria. Monarca contagia anche il fratello, Roberto, medico del reparto di malattie infettive a Belcolle, che poi andrà a dirigere l'Uscovid, l'unità speciale coronavirus attivata dalla Asl. Il virus si insinua così anche all'interno dell'ospedale viterbese. I focolai a Viterbo sono già tre: casa dello studente, Unitus e quello che si è sviluppato intorno ai fratelli Monarca. Centinaia le persone in quarantena alla metà di marzo.  Sui social e sulle chat diventano “virali” foto che evocano scenari da fantascienza cinematografica o da peste manzoniana: sanitari protetti da scafandri che camminano nelle strade viterbesi deserte per andare a prelevare contagiati. Il 13 marzo il Covid a Viterbo miete la prima vittima: è una 79enne di Bolsena. Era stata ricoverata nel reparto di malattie infettive di Belcolle pochi giorni prima. Il lockdown svuota strade e piazze, bar, ristoranti e locali abbassano le saracinesche. La Tuscia, come il resto d'Italia, è ormai un set da film post-apocalittico. Il bollettino Asl con i numeri dei nuovi contagi, dei decessi, dei guariti e dei tamponi effettuati diventa un appuntamento fisso per i cittadini e per i giornali. Sull'onda delle pressioni e delle polemiche, la Asl inizia a processare tamponi anche a Belcolle senza più inviarli allo Spallanzani. I contagi aumentano, i morti anche ma nella prima fase i focolai resteranno comunque circoscritti. Tra questi c'è la casa di riposo Villa Noemi di Celleno, dove pazienti e operatori finiscono quasi tutti contagiati. Si contano i morti tra gli anziani ospiti.

 

Il 10 aprile il governatore Zingaretti dichiara il piccolo comune della Teverina zona rossa. Tra i paesi più colpiti c'è anche Tuscania: i videomessaggi quotidiani con i quali su Facebook il sindaco Fabio Bartolacci aggiorna sul numero dei contagi e rimbrotta i concittadini più indisciplinati diventano uno dei simboli della prima ondata. Prima ondata che nella Tuscia tuttavia passerà in maniera relativamente indolore: i contagi non supereranno mai i 25 casi giornalieri, le terapie intensive non si riempiranno e anche le vittime saranno tutto sommato contenute. Dopo la pazza estate del “liberi tutti” e dopo la riapertura delle scuole sarà al contrario la seconda ondata a colpire durissimo la provincia di Viterbo, a partire dal mese di ottobre, arrivando a punte di 250 contagi in 24 ore. 
A oggi i contagiati totali hanno superato gli 11.600, di cui 3.100 a Viterbo e il resto in provincia. Gli attualmente positivi sono circa 800, i guariti 10.500. I ricoverati nel reparto Covid di Belcolle sono al momento 90, di cui 4 in terapia intensiva. I morti in totale 370. Tra questi anche molti nomi illustri: l'ex presidente della Fondazione Carivit Mario Brutti, l'avvocato Marcello Polacchi e l'ex preside del liceo linguistico Merlini Antonio Usai.