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Viterbo, neonata nel cassonetto. I periti: "La bambina è venuta alla luce viva"

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“Dopo otto anni abbiamo dimostrato che il Cytotec non è un farmaco abortivo”, ha commentato a caldo l’avvocato Samuele De Santis, che rappresenta Graziano Rappuoli, infermiere 60enne a processo davanti alla corte d’assise per la morte della bimba nata ad appena 24 settimane, ritrovata da un passante in mezzo ai rifiuti di un cassonetto dell’immondizia nel quartiere Salamaro il 2 maggio del 2013. L’imputato è accusato di omicidio e di esercizio abusivo della professione medica, in quanto sarebbe stato lui a procurare alla madre della piccola, Elisaveta Alina Ambrus, tramite una ricetta medica falsa, un farmaco che avrebbe causato l’interruzione della gravidanza.

Ieri, 23 febbraio in aula sono stati ascoltati gli specialisti nominati dal Tribunale: Giancarlo Carbone, medico legale; Marco Sani, ginecologo; Alfio Cimino, tossicologo, i quali hanno riferito in merito alla perizia interdisciplinare sulle cause che hanno determinato il decesso della piccina. In seguito è stata sentita anche Maria Rosaria Aromatario, medico legale, che ha partecipato alle operazioni peritali in qualità di consulente della difesa. Secondo gli esperti il Cytotec viene somministrato per prassi dopo il farmaco abortivo per espellere il prodotto del concepimento. Quindi, hanno detto in aula, “l’assunzione del medicinale non ha avuto nessun effetto sul feto, ma sulla madre, stimolando la contrazione uterina e inducendola a partorire. Se fosse stato assunto prima, tra le 11 e le 15 settimane, avrebbe agito sull’embrione, ma su un feto di 24 settimane il danno non è possibile”. In conclusione i medici hanno affermato: “Se ci fosse stato un intervento tempestivo in ambito ospedaliero la bimba sarebbe sopravvissuta”.

“Dagli unici dati obiettivi che abbiamo dall’autopsia, non ci sono elementi per sostenere che ci sia stata una difficoltà nel passaggio nel canale del parto. Dalla descrizione dell’esame istologico del polmone risulta che era una neonata vitale e capace di sopravvivere. In questo caso, concordando con le tesi dei colleghi, data la prematurità, l’espansione completa andava aiutata anche nell’immediatezza con ventilazione assistita in un presidio ospedaliero - ha affermato la dottoressa Aromatario -. La morte è avvenuta post partum perché la piccola ha respirato e poi è deceduta per ipossia. E’ possibile che ci sia stata una concausa determinata dalla modalità di espletamento del parto, ma non posso affermarlo con certezza”. Al termine delle testimonianze il difensore ha rinunciato all’esame dell’imputato, dunque, si andrà direttamente al giorno della discussione fissata per il 30 marzo.